F.I.A.P. - Federazione Italiana Associazioni Partigiane (1949 gennaio 9 -)

Tipologia: Ente

Tipologia ente: Stato

Sede: Milano

F.I.A.P. è la Federazione Italiana Associazioni Partigiane. Ad essa aderiscono associazioni e circoli che si richiamano ai valori e ai principi che essa difende.
Attraverso corsi, convegni, seminari, eventi nelle scuole, percorsi didattici, mostre, F.I.A.P. mantiene vivi i valori della Resistenza.
Inoltre partecipa attivamente alle ricorrenze legate all'unità e alla storia nazionali, presente fisicamente con i propri delegati e con il medagliere che la rappresenta.
FIAP progetta e realizza ricerche e pubblicazioni, edita una propria rivista, Lettera ai compagni e aderisce alla Confederazione Nazionale fra le Associazioni Combattentistiche e Partigiane.
La FIAP nasce nel 1949 con l'intento di tenere viva la memoria della Resistenza e in particolare l'esperienza di Giustizia e Libertà, delle brigate Matteotti, del Partito d'Azione, dei socialisti, dei liberalsocialisti, degli anarchici e di tutti gli indipendenti che nel secondo dopoguerra non si riconoscevano nella logica degli schieramenti internazionali contrapposti.
Le associazioni che oggi ricordano e tramandano i valori della resistenza sono ANPI, FIAP e FIVL, oggi aperte a tutti coloro che ne condividono gli ideali. Il loro ruolo è molto importante perché trasmettono ai giovani la memoria della Resistenza, dai cui valori è nata la Costituzione italiana.
La FIAP ha la sua sede centrale a Milano, in via De Amicis 17.

Jacopo Perazzoli

LA RESISTENZA DOPO LA RESISTENZA: LA FIAP E LA SUA STORIA1
Introduzione: perché studiare la FIAP?

La sera del 25 aprile 1945, a liberazione di Torino ancora in corso, Ada Gobetti sosteneva che, una volta riconquistata la libertà, la lotta nell’Italia post-fascista non sarebbe stata «un unico sforzo, non avrebbe più avuto come prima, un suo unico inimitabile volto; ma si sarebbe frantumata in mille forme, in mille aspetti diversi».2
Già di fatto percepita dalla partigiana di Giustizia e Libertà, la precaria unità tra le varie componenti del mondo partigiano sarebbe ben presto emersa anche tra le fila dell’Associazione nazionale partigiani d’Italia.
Costituita il 6 giugno 1944, a Roma, dal CLN dell’Italia centrale allo scopo di riunire in un’unica realtà coloro che avevano partecipato al conflitto resistenziale, già nel 1947 l’ANPI pareva scossa da molteplici tendenze: come ammise Franco Bugliari, partigiano azionista, membro del raggruppamento romano di GL e del Comitato esecutivo dell’ANPI, «una delle maggiori difficoltà» coincideva con il raccogliere al suo interno «formazioni uscite dall’atmosfera della lotta militare in guerra, incapaci di ritrovarsi nel diverso clima della lotta politica post-bellica».3 Proprio tra il 1945 e gli inizi del 1947, stando a quanto ampiamente rilevato dagli storici, le reciproche diffidenze tra Stati uniti e Unione sovietica, accantonate nel corso del conflitto mondiale, generarono quel bipolarismo conflittuale che, seppur in maniera incostante, avrebbe caratterizzato le relazioni internazionali fino alla dissoluzione dell’Urss nel 1991.4 Analizzando lo scenario globale a seguito della Seconda guerra mondiale, Mark Mazower ha giustamente evidenziato la centralità del nuovo bipolarismo est-ovest nelle dispute politiche nei paesi dell’Europa occidentale e orientale.5 L’incidenza e la totalità dello scontro, oltre al suo carattere fortemente ideologico, faceva sì che non ne uscisse traumatizzata soltanto la sfera politica, ma anche quelle ramificazioni a essa legate: nella fattispecie, sarebbero presto mutati anche gli equilibri su cui si era retto lo schieramento dell’antifascismo italiano, uno schieramento che, anche nel corso di fasi politiche precedenti, non aveva peraltro mai goduto di una spiccata compattezza.6
Considerando il quadro geopolitico di fondo, la vicenda storica della Federazione italiana delle associazioni partigiane nell’ampio arco di tempo racchiuso tra la comparsa e la conclusione della Guerra fredda può fungere da case study per ampliare la tesi Mazower. Oltre a questo aspetto, e a servire come utile rimedio a un evidente vuoto storiografico sulle esperienze dell’associazionismo partigiano,7 il caso della FIAP permette di ragionare attorno ad altre non meno significative questioni. Innanzitutto, valutare l’incidenza dei meccanismi della Guerra fredda su una porzione quanto mai rilevante dell’antifascismo, ossia quello di matrice azionista e socialista, nell’Italia repubblicana. In secondo ordine, apportare un contributo alla ricostruzione storica della memoria resistenziale nell’Italia della Guerra fredda. In terzo e ultimo, riflettere sull’atteggiamento tenuto dagli organismi statali e governativi nei confronti della Resistenza e dei suoi valori all’interno di alcune precise cesure storiche.
Facendo ampio uso delle fonti primarie di vario tipo conservate nell’Archivio della FIAP presso l’Istituto Nazionale Ferruccio Parri, ci si concentrerà prevalentemente sugli aspetti maggiormente politici della vita dell’associazione, tralasciando quelli che, come ad esempio le relazioni internazionali e le attività culturali e assistenziali, saranno oggetto di altri saggi del presente volume. Proprio perché la ricostruzione verterà attorno alle questioni interne della FIAP, onde evitare di perdere di vista il contesto politico generale con cui la stessa FIAP doveva rapportarsi, verranno logicamente considerate le principali fasi storiche dell’antifascismo nella storia dell’Italia repubblicana: il momento com- preso tra la fine degli anni Quaranta e la metà degli anni Cinquanta, ossia la fase del «conflitto simbolico»;8 la fine degli anni Cinquanta e la prima metà degli anni Sessanta, quando si sviluppò nel paese la «narrazione egemonica antifascista»;9 i tardi anni Sessanta e il decennio suc- cessivo, quando lo scenario politico nazionale fu segnato dalle contestazioni di varia natura e dall’affermarsi del terrorismo politico di vario colore;10 infine gli anni Ottanta, quando iniziò a prendere effettivamente corpo la sfida alla memoria pubblica della stagione resistenziale.11

«non si può combattere Il comunIsmo con Il Fascismo»: la FIAP nella stagIone dell’antIfascismo conteso
Gli storici hanno giustamente sottolineato un dato specifico riguardo alla fase iniziale della Guerra fredda: in Italia, simultaneamente all’escalation della conflittualità tra i due blocchi, riprese in modo sempre più serrato la dialettica tra i vari partiti antifascisti.12 Proprio a causa dei con- trasti tra le forze politiche, i rappresentanti dei partiti all’interno dell’ANPI sentirono il «bisogno di contarsi e di rinserrare le fila».13
Probabilmente da ricondurre al rapporto ideologicamente e politicamente complicato che aveva contrassegnato le relazioni tra le forze antifasciste già negli anni Trenta e nel 1943-1945,14 la questione dell’ANPI a evidente maggioranza comunista diventò presto un problema per quei militanti che non si riconoscevano nelle posizioni di politica interna e internazionale del PCI.15 A seguito del primo congresso dell’ANPI, svoltosi a Roma nel dicembre del 1947, si verificò una prima e significativa rottu- ra: la fuoriuscita della componente cattolica che, sotto la guida di Paolo Emilio Taviani, Raffaele Cadorna ed Enrico Mattei, agli inizi del 1948, si riunì nella Federazione Italiana dei Volontari per la Libertà.16
Seppur sullo sfondo restasse pur sempre il contrasto ormai in atto tra gli Stati uniti e l’unione sovietica nello scacchiere geopolitico globale, il dibattito tra gli esponenti di varia tendenza politica del partigianato riguardava soprattutto il legame da mantenere con le forze partitiche cui i singoli spezzoni degli ex combattenti si rifacevano. Tanto la fazione comunista quanto quella democristiana consideravano vitale la relazione con il proprio partito di riferimento sulla base di una ragione valida per entrambi i contendenti: adoperare la memoria della stagione resistenziale a più o meno evidenti fini politici.
Nella disputa in atto, logicamente da ricondurre ai meccanismi di natura prettamente ideologica della Guerra fredda, entrò giocoforza anche il governo a guida DC. Su precisa indicazione del Ministro degli Interni Mario Scelba, il 14 febbraio 1948 venne approvato il decreto legislativo n. 43, ossia quella misura che vietava fino al 30 aprile l’uso in pubblico di uniformi o divise.17 L’entrata in vigore di questa norma raffigurava, di fatto, l’avvio degli attacchi contro la memoria, ancora quanto mai fresca, della stagione resistenziale.18
Sebbene i rapporti nell’ANPI fossero ormai inclinati a favore della componente comunista, il raggruppamento dei partigiani azionisti decise di restarvi a causa di due divergenti correnti di pensiero: da un lato un gruppo guidato da Leo Valiani, sicuramente minoritario, riteneva non fosse ancora giunto il tempo per l’«uscita dall’ANPI»; dall’altro, la maggioranza capeggiata da Parri che invece spingeva per l’uscita perché riteneva «che la mano del Partito Comunista», un partito sul finire della guerra «legato alle purghe e ai processi che avvenivano in Europa orientale», «nell’ANPI» fosse diventata eccessivamente «pesante».19
L’impasse era comunque soltanto apparente. Il 25 marzo 1948 Parri, scrivendo ai rappresentanti dei gruppi degli ex combattenti di GL, chiamava infatti a raccolta «gli amici più qualificati» in «un convegno amichevole […], il cui scopo» doveva essere quello «di trovare una linea di condotta comune», al fine di non disperdere «quei valori che ci stanno tanto a cuore».20
Tenutasi il 6 aprile nei locali milanesi delle Brigate Mazzini anche alla presenza di numerosi esponenti delle Brigate Matteotti, la riunione, oltre a costituire un Comitato nazionale d’intesa per la riorganizzazione del movimento partigiano, si concluse con l’approvazione di un comunicato che rendeva ormai esplicito il dissenso della componente azionista nei confronti della conduzione filo-comunista dell’ANPI: «la difesae la salvaguardia dei valori morali della Resistenza è moralmente legit- tima ed efficace solo se a servizio del paese, operando quindi sul piano nazionale e non delle milizie di partito».21 Proprio perché intenzionati a mantenere distaccati il campo della partecipazione squisitamente politica da quello della militanza nell’associazionismo partigiano, i seguaci di Parri scartarono fin dal principio l’ipotesi di una fusione del loro raggruppamento con la FIVL; anche se con la Federazione dei partigiani cattolici il raggruppamento di Parri decise comunque di mantenere vive le collaborazioni sul piano dell’assistenza agli ex combattenti, l’opzione del ricongiungimento con i partigiani cattolici venne presto lasciata cadere perché si voleva mantenere la più ampia autonomia dall’ANPI e dall’organizzazione guidata da Cadorna.22
Già sostanzialmente annunciata in occasione del convegno del 6 aprile, la fuoriuscita della corrente di GL dall’ANPI ebbe un momento decisivo nella manifestazione nazionale di Milano del 25 aprile 1948. A esattamente una settimana dalle elezioni del 18 aprile, tornata che se- gnò l’avvio della stagione centrista degasperiana, il terzo anniversario della Liberazione raffigurò infatti un duplice turning point.
Innanzitutto, a livello generale, per l’avvio di una lettura concorrenziale della stagione resistenziale: mentre i democristiani cercarono di presentare la vittoria elettorale come l’ultima espressione di gratitudine nei confronti dei caduti nel quadro di un’Italia definitivamente cristianizzata, tendenza poi confermata dalle festività pubbliche su cui i governi a guida DC concentrarono le loro attenzioni fino ai primi anni Sessanta,23 il PCI, pur sempre ruotando attorno al binomio sacrificio-gratitudine, cercò di sottolineare il ruolo avuto dai suoi mi- litanti nella Resistenza, un esercizio compiuto «a difesa della libertà del popolo».24
In secondo luogo, nello specifico dei rapporti tra GL e ANPI, perché, proprio mentre Parri stava intervenendo dal palco delle autorità in Piazza Duomo, l’ex vice-comandante del Corpo Volontari della Libertà venne
«fischiato» e costretto ad «abbandonare il podio» da cui stava parlando: i convenuti dell’ANPI non accettavano che “Maurizio” avesse toccato la questione della «speculazione tentata da qualcuno del movimento partigiano».25 Come scrisse a Giulio Alonzi, suo “luogotenente” malgrado la diversa militanza politica,26 i fatti del 25 aprile 1948 confermavano l’avvio della scissione, da addurre secondo Parri alla «politica dell’ANPI», rea di aver «offeso una larga parte dei partigiani, facendo della loro or- ganizzazione uno strumento del PCI e del Fronte popolare». Ribadivano inoltre che agli ex combattenti di provenienza azionista non restava che dar vita a una nuova Federazione che partisse da un presupposto: i suoi tesserati avrebbero dovuto «riconoscere quale suo fondamento la fede nella libertà, incompatibile con ogni regime di tipo totalitario».27 Al di là delle questioni contingenti, alla scissione, come avrebbe ammesso con grande lucidità lo stesso Parri nel 1974, aveva enormemente contribuito il clima della Guerra fredda, sotto il cui peso si era andata spezzando la già logora unità tra le forze antifasciste.28
A seguito dell’attentato a Togliatti e in parallelo con la scissione nel frattempo avvenuta in campo sindacale,29 anche la componente vicina al PSLI dell’ANPI iniziò a guardare con crescente interesse all’iniziativa nel frattempo assunta da Parri. Il 22 agosto, sempre a Milano, una riunione delle rappresentanze partigiane socialdemocratiche approvò non solo la fuoriuscita dall’ANPI, ma anche la costituzione di un comitato finalizzato a «promuovere un’associazione partigiana indipendente dall’ANPI e dalla FIVL» che fosse dotata «dei mezzi necessari e della personalità giuridica».30 Questa presa di posizione, che confermava implicitamente il sostegno dei socialdemocratici al progetto azionista, metteva in luce al tempo stesso lo scetticismo del gruppo di Saragat nei confronti degli ex combattenti di GL: in quella fase, infatti, il PSLI decise di non prendervi parte, perché pareva estremamente complicato che Parri e i suoi fossero in grado di ottenere in tempi rapidi il riconoscimento della personalità giuridica, ostacolo invece già superato dall’ANPI e dalla FIVL.
Nonostante, da un lato, l’attendismo degli ex partigiani socialdemocratici e, dall’altro, l’estremo tentativo di Arrigo Boldrini di ricomporre la frattura con la componente azionista,31 il 2 dicembre 1948 Parri faceva presente ai suoi che bisognava fondare una nuova associazione, anche «per evitare ulteriori ritardi e troncare ogni situazione di incertez- za». Venne così convocata una riunione in cui venivano fissati dei punti dirimenti da discutere: l’«organizzazione formale del movimento», l’«organizzazione assistenziale», così come l’«organizzazione nazionale degli studi storici della Resistenza».32 Se i primi due aspetti rientra- vano nelle decisioni classiche che un movimento partigiano avrebbe dovuto mettere in campo e che per certi versi erano già stati avviati con la costituzione di alcuni enti nell’immediato dopoguerra, il terzo scopo raffigurava un progetto cui Parri aveva già iniziato a lavorare nel corso della sua breve permanenza alla Presidenza del Consiglio: proprio in quei mesi, infatti, aveva messo a punto la raccolta della documentazione relativa alla guerra partigiana.33
Anche se non tutti gli esponenti delle Brigate di GL parevano così convinti della bontà del progetto del loro ex comandante,34 la maggioranza dei partigiani azionisti, dai piemontesi ai lombardi, dagli emiliani ai toscani, dagli umbri ai veneti, si ritrovò a Milano il 9 gennaio 1949: a seguito di un breve dibattito aperto da Parri, venne ufficialmente costituita la Federazione Italiana delle Associazioni Partigiane. Dopo aver stabilito la sede ufficiale a Milano in corso Concordia, il convegno elesse Presidente per acclamazione Parri, Alonzi alla vice-presidenza, Michele Bellavitis segretario nazionale e Renzo Biondo, Raoul Bombacci e Nello Niccoli quali altri componenti della giunta esecutiva.35
Per comprendere le dinamiche della fase primordiale della FIAP, più che ricorrere ai lanci stampa, si devono considerare due documenti in particolare.
In primo luogo, la risoluzione votata dai congressisti. Altamente significativa del partigianato di estrazione azionista, la dichiarazione prendeva le distanze da alcune scelte discutibili operate negli ultimi mesi della guerra partigiana, dichiarando che il «primo requisito» degli «iscritti» sarebbe dovuto «essere [quello della] moralità nella vita privata e pubblica». Inoltre, elevava a missione principale della FIAP il riportare alla luce lo spirito che aveva animato le forze resistenziali, così da evitare che potessero verificarsi «situazioni parafasciste o para- comuniste, sempre necessariamente totalitarie».36
In secondo, lo statuto dell’associazione che presentava tre punti paradigmatici delle posizioni poi adottate dalla FIAP nel futuro prossimo. Anzitutto, a differenza dell’ANPI, un’associazione di fatto centralista, si predispose una struttura federalista: proprio perché intenzionati a permettere la convivenza all’interno della FIAP di associazioni e circoli locali di varia natura, Parri e i suoi decisero di dotare gli organismi locali di una buona autonomia per quel che riguardava le funzioni amministrative e decisionali.37 Legata alla scelta federalista era la dichiarazione statutaria secondo cui si riconosceva a fondamento della Federazione «la fede nella libertà, incompatibile con ogni regime totalitario»: di conseguenza, la FIAP si sarebbe opposta «ad ogni tentativo mascherato, di manomissione, da qualunque parte venga, del regime democratico». Infine, si specificava che, messa di fronte alle influenze esterne nei processi decisionali delle principali organizzazioni politiche e resistenziali, la FIAP avrebbe posto quale «primo dovere verso il Paese […] la costante riaffermazione e la ferma difesa dello spirito e dei valori morali della lotta di liberazione», valori fondanti «dell’avvenire democratico della Nazione».38
Una volta costituitasi ufficialmente come Federazione, ancor prima di individuare con chiarezza l’organizzazione resistente sovranazionale cui associarsi, per la FIAP si trattava di individuare il proprio ruolo all’interno di un quadro politico nazionale che, scosso dall’evoluzione della Guerra di Corea, assisteva alle mosse della DC finalizzate a stabilizzare il sistema parlamentare e a rafforzare il potere esecutivo.39
In occasione del 25 aprile 1951, il sesto anniversario della Liberazione, dinanzi alle dispute sempre più intense tra filo-americani e filosovietici, la FIAP sottolineò la necessità di «vigilare sulle sorti di una sincera democrazia in Italia, difenderla da ogni inquinamento, cioè da ogni fanatismo». A detta degli ex esponenti di GL, soltanto la loro Federazione avrebbe potuto assolvere un simile incarico perché si trattava pur sempre di un’associazione che, sorta «in assoluta indipendenza da ogni vincolo di partito», riuniva al suo interno quei partigiani che già nel corso della lotta resistenziale avevano assunto questo tipo di prospettiva a modello de seguire.40
Certo, i dirigenti nazionali della FIAP avevano individuato quale obiettivo di fondo il superamento dei due blocchi esistenti, cui invece si rifacevano in modo con tutta evidenza l’ANPI e la FIVL. Ma difficilmente avrebbero potuto perseguire gli scopi con efficacia in assenza di un riconoscimento giuridico della loro organizzazione.

Per questa ragione, già nel dicembre del 1949, venne avviato l’iter per ottenere il riconoscimento della personalità giuridica.41 A dispetto degli sforzi profusi, riconducibili soprattutto al Michele Bellavitis, la richiesta non giunse agli esiti sperati: dopo una lunga attesa, dovuta ap- parentemente alle lungaggini dei vari gradi di giudizio necessari, nella seduta del 3 giugno 1952 il Consiglio di Stato sospese il provvedimento, in quanto il bilancio della FIAP non conteneva le entrate necessarie per coprire le uscite previste, un elemento obbligatorio per gli enti morali.42 In realtà, dietro al parere dell’organismo di giudizio, si poteva intravedere l’atteggiamento generale nei confronti di una comunque significativa esperienza resistenziale. Da parte governativa non si trattava soltanto di delimitare l’azione di una porzione del mondo partigiano: si trattava, di riflesso, di evitare che il mondo azionista, proprio perché rafforzato indirettamente dall’esperienza della FIAP, potesse contribuire all’ampiamento dello scenario politico, un orizzonte che i democristiani stavano cercando di delimitare.43
L’atteggiamento statale di sostanziale ostracismo nei confronti del- la FIAP venne inoltre confermato da un altro episodio. Nel settembre del 1949, la questura di Milano decise di impedire la partenza di un pullman di ex partigiani giellisti alla volta di La Spezia, dove era stata convocata la commemorazione dei caduti della colonna spezzina di GL della Resistenza.44 Di conseguenza, anche la FIAP poteva essere consi- derata per certi versi una delle vittime non solo dell’operazione democristiana tesa a salvaguardare la stabilità del sistema ponendo al di fuori dall’alveo consentito chi pareva discostarsi dalle prospettive battute dal centro politico, ma anche dell’ondata antiresistenziale lanciata dalla stessa DC tra il 1948 e il 1953.45
Negli anni segnati dalla Guerra di Corea, la propensione generale della Democrazia Cristiana volta a prevenire gli attacchi interni trovò una dimostrazione nel tentativo abortito dell’“operazione Sturzo”: pur di scongiurare la vittoria alle elezioni comunali di Roma del 1952 del fronte unito delle sinistre guidato per l’occasione da Francesco Saverio Nitti, da parte democristiana si arrivò a pensare la proposizione di un contro-fronte capeggiato da Sturzo e composto, oltre che dai partiti governativi (DC, PSDI, PLI, PRI), anche dai monarchici e dai neofascisti.46

Nonostante il suo fallimento, l’“operazione Sturzo” rappresentò comunque per la FIAP una pericolosa dimostrazione dell’atteggiamento democristiano cui bisognava opporsi. Nondimeno, altrettanto temibile era un’altra tendenza che si stava diffondendo nell’Italia della “Guerra fredda civile”: nei primi anni Cinquanta, benché diminuissero drasticamente le incriminazioni, non diminuirono affatto gli arresti e i processi nei confronti di partigiani.47 Se sul piano strettamente materiale per le associazioni partigiane, FIAP inclusa, si trattava quindi di fornire as- sistenza e difesa legale, sul piano più generale si doveva procedere a denunciare con forza il clima di strisciante riconciliazione nei confronti della stagione fascista. 48
Al pari del PSI, del PCI e della stessa ANPI, la FIAP cercò di arginare quei tentativi. Nell’ottobre del 1952 a Torino, durante il secondo Congresso nazionale della Federazione, Parri tenne infatti a precisare che la Federazione prestava la massima attenzione all’evolversi di «certe manifestazioni fasciste». Secondo “Maurizio”, pur in presenza di un movimento comunista internazionale aggressivo e di alcune strutture paramilitari riconducibili al PCI, la cui esistenza era allora soltanto ipotizzata mentre oggi è stata confermata in sede di analisi storica,49 non si sarebbe comunque dovuto «combattere il comunismo con il fascismo». Pertanto, mantenendo fede ai suoi principi statutari, la FIAP avrebbe preso posizione a favore di «una patria libera» all’interno di «un mondo libero».50
Quanto illustrato da Parri, ribadito anche da due specifiche mozioni approvate dai delegati congressuali,51 rifletteva non soltanto l’atteggiamento dei reduci giellisti nel corso della prima legislatura, ma anche – e logicamente – la tendenza degli ambienti governativi a delimitare il cosiddetto “pericolo rosso” prevedendo il ricorso, qualora necessario, ad alleanze con i neofascisti e con le forze più conservatrici. Rispetto all’atteggiamento assunto dal governo, per la FIAP si doveva comun- que lottare contro qualsiasi tentativo di riabilitazione del fascismo: per questa ragione, si decise di sostenere il sindaco di Milano, il socialdemocratico Virgilio Ferrari, quando quest’ultimo, a fronte di un suo rifiuto alla richiesta del gruppo consiliare missino di commemorare Ro- dolfo Graziani,52 venne duramente attaccato dai consiglieri comunali del Movimento Sociale Italiano.53

Lottare contro l’eversione non significava prendere posizione soltanto contro l’ascesa del MSI o l’attivismo di parte comunista. Nell’ottica della FIAP voleva anche dire ergersi a difesa dell’ordine repubblicano contro la rivisitazione in senso maggioritario della legge elettorale per la Camera (la meglio nota “legge truffa”), che nei primi mesi del 1953 era ormai prossima a essere approvata dal Senato. Dato che, a detta di Parri, la riforma elettorale dimostrava una volta di più l’intenzione del governo di De Gasperi di essere favorevole all’instaurazione in tempi brevi di un regime clerico-fascista,54 la FIAP doveva provare a rispondere indirettamente sul campo della competizione politica. Di conseguenza, in occasione delle elezioni politiche del 7 giugno 1953, la Federazione costituì sostanzialmente l’ossatura basilare del movimento di Unità popolare, il raggruppamento socialista-azionista che perseguiva un duplice obiettivo: da un lato, non far scattare il premio di maggioranza previsto dalla legge elettorale; dall’altro, provare a gettare le basi per un soggetto che non si riconosceva né nelle posizioni democristiane né in quelle comuniste.55
Anche se quella conseguita il 7 giugno fu di fatto una “vittoria mutilata”, visto che al mancato scatto del premio di maggioranza non seguì l’ingresso in Parlamento di alcun deputato di uP,56 la battaglia condotta da Parri e i suoi evidenziava il posizionamento terza-forzista della FIAP. A ben vedere, si trattava di una posizione valida sia per le questioni di politica interna, sia per quelle di livello internazionale. Infatti, lungi dall’abbracciare in senso anti-comunista una posizione marcatamente filoatlantica, la FIAP, in concomitanza delle discussioni sulla Comunità europea di difesa,57 scelse di non schierarsi; al contrario dell’ANPI, che contro quel progetto si schierò con convinzione,58 la FIAP ritenne la costituzione della CED un «atto politico di parte» e che pertanto non doveva essere osteggiato in nome della federazione stessa.59
Secondo Ernesto Rossi, la posizione assunta della FIAP di fronte alla Comunità europea di difesa era di fatto assimilabile a quella del PSI di Nenni.60 Anche se per certi versi la versione di Rossi coglieva nel vero, l’atteggiamento sostanzialmente attendista della FIAP nei con- fronti della CED le era funzionale per evitare di aumentare le tensioni interne tra la componente socialista e quella repubblicana.61

Nel 1955, nonostante le evidenti differenze di vedute tra la FIAP, l’ANPI e la FIVL dinanzi a svariate questioni di politica interna e internazionale, le tre associazioni partigiane decisero di organizzare unitariamente «il Decennale con una solenne manifestazione loro».62 Benché non condivisa da alcuni settori del mondo azionista, che ne ricavarono una nuova prova dell’atteggiamento sostanzialmente neu- tralista già tenuto da Parri in occasione del dibattito sulla CED,63 una simile decisione era motivata dall’atteggiamento del governo neocentrista guidato da Scelba: secondo la FIAP, l’ANPI e la FIVL bisognava rispondere con forza alla decisione dell’esecutivo di predisporre un protocollo in cui, al fianco dei discorsi del Ministro dell’Interno, Paolo Emilio Taviani, e del Presidente della Repubblica, Luigi Einaudi, vi fosse solo un rappresentante partigiano, l’ex Presidente del CLN, Alfredo Pizzoni.64
Le tre associazioni partigiane decisero così di convocare, il 16 aprile 1955 a Torino, il convegno del Decennale della Liberazione. Inserito all’interno di una vasta operazione culturale non governativa volta a indagare lo sviluppo della democrazia italiana a seguito della Seconda guerra mondiale,65 il convegno fu un momento cruciale per due ragioni diverse al tempo stesso intrecciate tra loro. Anzitutto, dopo una stagione di complicati rapporti, agli ex combattenti, come chiarì lo stesso Parri a chiusura dell’assemblea, serviva «ritrovare nelle ragioni ideali dello sforzo comune e concorde di ieri la validità e giustificazione per una opera nuova comune di salvaguardia e difesa delle basi del […] regime democratico».66 In secondo luogo, fu anche una risposta alla strategia governativa volta a offuscare la stagione resistenziale in nome dell’anticomunismo: come spiegato poi da Roberto Battaglia, nei primi anni Cinquanta, soltanto a rievocare la Resistenza si rischiava di venire
«accusati di rappresentare gli utili idioti del movimento comunista».67 D’altra parte, si era pur sempre in una fase storica in cui, proprio in occasione del Decennale della Liberazione, il Ministro della Pubblica Istruzione, il democristiano Giuseppe Ermini, invitava tutte le scuole superiori d’Italia a celebrare in quel giorno non tanto la riconquistata libertà dopo il ventennio fascista e la fine della Seconda guerra mondiale, quanto la nascita di Guglielmo Marconi.68

«non dobiamo guardare all’ieri ma al domai»: la FIAP durante la “legittimazione della resistenza”

Dopo le asperità dell’immediato dopoguerra, attorno alla metà degli anni Cinquanta, nel panorama politico italiano si verificò un primo sostanziale miglioramento nei rapporti tra la DC e il PSI. Sulla base del vincolo di interdipendenza della Guerra fredda, a seguito dell’avvio di una fase maggiormente distensiva nei rapporti tra uSA e uRSS,69 si riaprì così il dialogo tra democristiani e socialisti che, fino a quella cesura, avevano dovuto accettare le conseguenze derivanti dalle chiusure tra i due blocchi a livello globale.70
Nell’ambito dunque di uno scenario politico interno maggiormente fluido, la FIAP rilanciò quel progetto che tra il 1949 e il 1952 aveva incontrato sulla propria strada tutto l’ostracismo delle sfere governative e statali: conseguire il riconoscimento della personalità giuridica, che doveva essere inteso come un vero e proprio punto centrale dell’attività della dirigenza nazionale durante i primi due decenni di esistenza dell’associazione.
Nel corso del 1956, dopo un lungo lavorio preparatorio portato avanti anche da Lamberto Mercuri,71 l’iter riprese. A seguito della richiesta pervenuta dal Consiglio di Stato di «avere più precisi e tranquillizzanti elementi di giudizio circa il patrimonio», gli associati decisero di pre- disporre le «copie dei bilanci consuntivi dalla fondazione dell’ente al dicembre 1956 e il bilancio preventivo del 1957», così come le «dichiarazioni […] da cui» risultasse «una consistenza di cassa».72 Nel mese di luglio, durante una riunione tenutasi presso la sede del raggruppamento toscano in piazza della Libertà a Firenze, fu Carlo Ludovico Ragghianti a spiegare le ragioni che motivavano il riconoscimento della personalità giuridica: soltanto «in tal modo» avrebbe avuto «parità con le altre federazioni» e avrebbe potuto «dare una base più ampia, continua e soprattutto concreta alla propria attività».73
Allo scopo di massimizzare i consensi sul procedimento volto a ottenere la trasformazione della FIAP in ente morale e, al tempo stesso, di aggiornare il proprio posizionamento all’interno di uno scenario politico nazionale maggiormente dinamico, la segreteria nazionale decise di predisporre un nuovo Congresso, convocandolo per il 4 novembre a Venezia.74 Non a caso, l’ordine del giorno, oltre a prevedere la commemorazione di Piero Calamandrei, scomparso il 26 settembre, fissava come punti di discussione non solo «la funzione della Resistenza nell’attuale momento politico», ma anche la questione dei «problemi organizzativi della FIAP».75
Per quanto riguardava il posizionamento politico, la discussione congressuale non poteva che muovere da uno dei molteplici eventi di politica internazionale del 1956.76 Oltre che della crisi di Suez, un tema che pur toccato dal dibattito non vide una presa di posizione ufficiale dell’assemblea in quanto i fatti egiziani vennero considerati esterni «alla sua competenza»,77 i delegati si occuparono soprattutto della repressione militare della “rivoluzione ungherese” condotta dalle truppe sovie- tiche. A detta di Parri, quanto avvenuto in ungheria dimostrava che si stavano «attraversando giorni gravi per la Libertà, per i sentimenti di un popolo che questa Libertà vuole conquistare ad ogni costo». Anche se bisognava comunque tenere gli occhi aperti di fronte alla «sfacciata speculazione fascista», dato che in Italia la «Libertà» era stata «fucilata [proprio] dai fascisti», Parri non riteneva «ammissibile alcun intervento straniero» volto a «soffocare le aspirazioni libertarie degli ungheresi».78 Le tesi di “Maurizio” venivano confermate anche dalla mozione fi- nale adottata dal Congresso: oltre a salutare tutti coloro che combattevano «per la libertà e l’indipendenza contro l’intervento armato di truppe straniere», «i partigiani della FIAP» ribadivano che, in coerenza con lo spirito che aveva animato la lotta resistenziale, «nessun potere liberatorio o progressista» poteva comunque «derivare dall’interferenzastraniera nelle vicende interne di qualunque Paese».79
Proprio per intervenire nella maniera più efficace possibile nel dibattito politico in corso nell’Italia della seconda metà degli anni Cinquanta, non poteva più essere posticipata la questione del rafforzamento organizzativo. Di conseguenza, si decise di procedere al trasferimento della «segreteria organizzativa della FIAP a Roma» e alla promozione del segretario nazionale Marco De Meis alla vicepresidenza, sostituendolo con Lamberto Mercuri,80 che già nella fase preparatoria del Congresso nazionale del 1956 aveva di fatto svolto le mansioni in carico a De Meis.81

Forte dell’approvazione congressuale e del sostegno fattivo di Mercuri,82 Parri riavviò i contatti diretti con la Presidenza del Consiglio allo scopo di ribadire le ragioni alla base della richiesta della FIAP. A suo parere, si trattava di un’istanza ragionevole sotto molteplici punti di vista: la FIAP non aveva soltanto realizzato commemorazioni, manifesti e «solenni convegni nazionali»; aveva anche, «in collegamento con l’Istituto di Storia del Movimento di Liberazione di Milano», avviato
«un’intensa azione per la raccolta organica del materiale documentario sul periodo della lotta» e, inoltre, proseguito nell’opera di «assistenza […] dei familiari dei caduti, ma soprattutto degli orfani e dei minori».83 Malgrado i nuovi auspici, anche in questo caso, come già accaduto nei primi anni Cinquanta, la richiesta della FIAP non procedette speditamente. Secondo De Meis, la lentezza era sicuramente da addurre all’atteggiamento del governo guidato da Adone zoli che, probabilmente anche perché sostenuto in Parlamento dai voti del MSI e dei monarchici,84 aveva mostrato di non prestare attenzione alle attività svolte dalle associazioni resistenziali, come, ad esempio, l’organizzazione del primo raduno nazionale della Resistenza.85 Sempre secondo l’ex segretario, le complicazioni potevano essere ricondotte anche a una difficile coesistenza nella FIAP di molteplici pulsioni legate a esigenze territoriali piuttosto che a questioni di natura politica. Per De Meis, una delle problematiche da superare alla volta del riconoscimento della personalità giuridica stava proprio nella riforma organizzativa immaginata da Mercuri: il trasferimento della sede dell’associazione da Milano a Roma e la profonda revisione statutaria avrebbero richiesto l’approvazione finale di una nuova assemblea congressuale, un passaggio che avrebbe chiaramente rallentato la
trasformazione della FIAP in un ente morale.86
Nonostante la lentezza che contraddistinse il percorso volto a riconoscere giuridicamente la Federazione presieduta da Parri, il contesto generale con cui dovevano rapportarsi le associazioni partigiane stava sicuramente iniziando a migliorare. Mentre nel 1955, in occasione del Decennale, l’allora capo del governo Scelba aveva chiesto ai prefetti di non accordare alcuna partecipazione ufficiale «alle manifestazioni indette da Associazioni, Enti, Istituti Privati»,87 nella cerimonia del febbraio 1958, convocata in occasione del decimo anniversario dall’entrata in vigore della Costituzione, la Presidenza del Consiglio decise di estendere gli inviti anche alle «rappresentanze» delle «Associazioni partigiani».88
Anche se gli storici hanno fissato attorno all’inizio degli anni Sessanta la conclusione del revisionismo governativo nei confronti dei simboli e dei valori della stagione resistenziale,89 sul piano politico si trattò comunque di una transizione difficile, dato che la Democrazia Cristiana, mentre apriva a un rapporto meno conflittuale con le associazioni partigiane, accettava comunque i voti dei parlamentari neo-fascisti per provare ad allungare la stagione centrista.90
Alla luce dell’atteggiamento democristiano quanto mai ambivalente, caratterizzato dalle prime aperture a sinistra così come da alcuni avvicinamenti al MSI,91 Parri, nel corso di una riunione del luglio 1959, espose a vari rappresentanti dell’antifascismo – da Achille Battaglia a Piero Caleffi, da Arrigo Boldrini a Riccardo Lombardi, da Umberto Terracini a Walter Nerozzi – un progetto cui lavorava da tempo: costituire i Consigli Federativi della Resistenza. Scopo principale dell’operazione sarebbe stato il conferimento della giusta centralità all’epopea partigiana nella lunga storia italiana, specialmente in occasione delle ormai prossime celebrazioni per il centenario dell’Unità d’Italia.92
In realtà, malgrado un’evidente propensione prettamente culturale, i Consigli Federativi si trovarono presto coinvolti nelle vicende esclusivamente politiche dell’estate del 1960. Se già nel marzo, durante i lavori del IV Congresso nazionale della FIAP, Parri aveva dichiarato di temere svolte para-autoritarie a causa dei «caratteri di incertezza, fiacchezza, e anche insincerità» presenti nella situazione politica italia- na,93 di fronte all’autorizzazione concessa al MSI per tenere le proprie assise a Genova, città medaglia d’oro della Resistenza, “Maurizio” e la FIAP non ebbero alcun dubbio sull’atteggiamento da tenere: si doveva scendere in piazza, sotto l’egida dei Consigli Federativi della Resistenza, e affiancarsi agli altri centomila manifestanti.94 Così facendo, gli esponenti della FIAP dimostrarono di essere disposti a contribuire fattivamente all’esclusione «dalla direzione dello stato quel fascismo», che riviveva «nel MSI» e in quelle forze «nettamente in contrasto con la […] Repubblica» e con il contenuto della «Carta costituzionale».95

Dalla prospettiva specifica della FIAP, gli avvenimenti del 1960, da porre in piena continuità con quanto avvenuto tra il luglio del 1943 e l’aprile del 1945, dimostravano un sostanziale rinnovamento anagrafico dello schieramento antifascista, visto che alle manifestazioni avevano partecipato cittadini giovani e meno giovani.96 Rendevano evidente anche un altro elemento: proprio perché condiviso dal vasto panorama dei militanti delle organizzazioni partigiane e dei principali partiti politici, l’antifascismo era diventato il fulcro simbolico di un sistema politico che escludeva in modo drastico la destra neofascista.97
A conferma di questa svolta, che sanciva la trasformazione dei valori resistenziali in un segmento patrimoniale largamente condiviso nell’Italia dei primi anni Sessanta,98 il nuovo indirizzo generale nei confronti del portato valoriale e dei simboli della stagione resistenziale venne con- fermato dal cambio di maggioranza governativa: l’arrivo al potere nel 1963 del centro-sinistra, con la partecipazione diretta negli esecutivi dei rappresentanti del PSI, dimostrava l’accoglimento trasversale di quei va- lori,99 rendendo così esplicito lo stesso processo di legittimazione della Resistenza.100
Probabilmente da ricondurre al nuovo corso nei confronti della stagione resistenziale, il 20 novembre del 1963, dopo che furono superate tre grosse questioni ancora aperte sul campo, giunse finalmente a conclusione il lungo iter di riconoscimento in ente morale della FIAP.101
Prima di tutto, le autorità pubbliche necessitarono di diversi mesi per verificare che quella presieduta da Parri fosse effettivamente «una vera operazione combattentistica» e non di «spacciatori di droga». In secondo luogo, far avere la «dettagliata memoria di tutte le attività svolte fin dalla fondazione della FIAP e per ogni singolo gruppo o associazione federate, copia dei bilanci consuntivi e preventivi per ogni singolo gruppo dalla nascita, l’elenco dei dirigenti nazionali, il numero degli associati».102 In terzo e ultimo, apportare una significativa riforma dello statuto, passaggio concluso nell’estate del 1962,103 così che la FIAP venisse «posta in essere da persone autonome fisiche» per mezzo di un nuovo «autonomo atto costitutivo».104
Malgrado non fosse ancora giunto a una soluzione definitiva la questione del posizionamento internazionale della FIAP, che negli anni

Sessanta, a dimostrazione indiretta della sua propensione terza-forzista, aveva consolidato degli scambi sia con la FMAC (la World Veterans Federation, la Federazione Internazionale dei Veterani di Guerra) di orientamento atlantico, sia con la FIR (l’International Association of Resistan- ce Fighters, l’Associazione Internazionale dei Resistenti) di inclinazione sovietica,105 l’avvenuto ottenimento del riconoscimento giuridico avrebbe richiesto agli associati un «rinnovato impegno».106 Non solo: a livello più propriamente politico, la trasformazione della FIAP in un ente morale le consentiva di superare, almeno sul piano ipotetico, le «evidenti condizioni di inferiorità» rispetto all’ANPI e alla FIVL; inoltre, le permetteva di prendere parte in via ufficiale alla fase preparatoria «delle manifestazioni celebrative del Ventennale della Resistenza».107
Proprio il Ventennale della Liberazione dimostrava il nuovo clima sviluppatosi nel panorama politico italiano attorno alla stagione resistenziale, ai suoi simboli e ai suoi valori. Dopo che Scelba nel 1955 aveva deciso di escludere le organizzazioni partigiane dalle celebrazioni per il decennale e le prime aperture del 1958, quando i rappresentanti di ANPI, FIAP e FIVL furono ufficialmente invitati a prendere parte alla manifestazione per i dieci anni dall’entrata in vigore della Costituzione, con l’arrivo degli anni Sessanta, in coerenza con il clima di generale apertura, da parte istituzionale si decise di procedere verso un coinvolgimento diretto delle associazioni partigiane nell’organizzazione delle celebrazioni per i vent’anni dalla Liberazione. Di concerto con le stesse organizzazioni resistenziali, il Presidente della Repubblica, Antonio Segni, coadiuvato dal Presidente del Consiglio, Moro,108 predispose infatti una legge che istituiva «un Comitato Nazionale per la Celebrazione del Ventennale della Resistenza, con il compito di preparare e di organizzare le manifestazioni celebrative sul piano nazionale».109 Pur affidando un ruolo di primo piano al governo, la disposizione, approvata all’unanimità il 12 marzo 1964, prevedeva tuttavia un ampio coinvolgimento delle associazioni partigiane, adesso finalmente capaci di presentarsi unite sulla scena politica nazionale.110
A capo dell’organizzazione venne posta la Giunta Esecutiva del Comitato Nazionale per la Celebrazione del Ventennale. Insediato il 3 giugno 1964, a far parte del nuovo organismo, presieduto da Moro, vennero chiamati, tra gli altri, i presidenti dell’ANPI, Boldrini, della FIVL, Mario Argenton, e Parri, in qualità di massimo esponente della FIAP.111 Stando ai documenti disponibili, mentre la discussione parlamentare si concentrò soprattutto sulla somma di cento milioni accordati dal governo per ciascuno degli esercizi 1963-1964 e 1964-1965, un’entità volutamente bassa per evitare che i soldi venissero sciupati, così disse Parri, «in cerimonie e celebrazioni»,112 i dibattiti in seno al Comitato riguardarono soprattutto gli aspetti organizzativi: in sostanza, si trattava di coordinare le molteplici iniziative già in calendario sul territorio nazionale, al fine di strutturare un vasto programma, dotato anche delle adeguate coperture televisive, che avesse delle ricadute anche sulle attività scolastiche.113
Al netto delle due celebrazioni maggiormente significative, quelle tenutesi, sempre a Milano, il 25 aprile con il tradizionale corteo da corso Venezia a piazza Duomo segnato dall’unità di tutte le forze politiche «che combatterono il fascismo»,114 e il 9 maggio, quando, alla presenza del Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat,115 all’adunata delle forze armate presero parte anche le «forze partigiane che parteciparono alla Resistenza»,116 il carattere prettamente nazionale delle attività previste si evidenziò, oltre che dal vasto elenco di commemorazioni e celebrazioni che emerge dallo studio delle carte dell’apposito fondo dell’Archivio FIAP,117 da due ulteriori episodi. In primo luogo, dalla cerimonia alle Fosse Ardeatine, quando Saragat abbracciò, in un momento commuovente, «la vedova di Bruno Buozzi». In secondo, dalla trasmissione in diretta televisiva di un intervento di Parri in cui venne sottolineato soprattutto «lo sforzo autonomo di liberazione», un fatto
«insieme popolare e nazionale», che tutti i cittadini italiani dovevano considerare alla stregua del «grande valore storico» della stagione resistenziale.118
Organizzato da soggetti dalla molteplice natura – il Governo, la Presidenza della Repubblica, le associazioni partigiane –, il Ventennale della Resistenza dimostrò l’avvenuto superamento, nell’Italia degli anni Sessanta, di quella concezione che tendeva a equiparare l’antifascismo al comunismo.119 Dato il nuovo contesto generale, nell’ottica di Parri, che in quella fase era impegnato, oltre che nell’attività politica, nel lancio de “L’Astrolabio”,120 si stava aprendo una nuova partita, da giocare su due campi in particolare. Da un lato, salvaguardare la memoria storica della Resistenza, così da sconfessare quelle «generiche celebrazio- ni», come ad esempio «le visite ai cimiteri di guerra italiani in Grecia e in Africa», che di fatto unificavano «in una stessa cerimonia valori simbolici del tutto diversi come quelli relativi a guerre di conquista […] e alla nascita della resistenza popolare antifascista».121 Dall’altro, provare a riattualizzare il portato resistenziale nell’Italia dei primi anni Sessanta, quindi in un Paese innegabilmente segnato da un’impetuosa crescita economica e, al tempo stesso, da profonde disomogeneità.122
Soltanto considerando questa duplice intenzione, è possibile comprendere anche la trasformazione cui andò incontro la FIAP nel corso degli anni Sessanta. I primi congressi, tenutisi nel corso degli anni Cinquanta, furono incentrati soprattutto sull’attualità del messaggio resistenziale e sulla necessità di impedire un ritorno del fascismo sotto diverse spoglie e forme. Al contrario, in occasione del Congresso nazionale di Firenze del novembre 1964, malgrado Parri ricordasse che la FIAP non era ufficialmente «attaccata a nessun partito politico»,123 la discussione toccò soprattutto i temi trattati in sede di riflessione politico-programmatica dal riformismo azionista,124 che si riverberava nella corrente lombardiana del PSI.
In coerenza con le sensibilità di alcuni dei suoi esponenti principali, quali Tristano Codignola, Enzo Enriques Agnoletti oltre allo stesso Parri, la FIAP, pur non assumendo una chiara posizione a favore di un determinato partito politico, cercò di fungere da sostegno alle istanze più avanzate del centro-sinistra. Non a caso, di fronte alle prime difficoltà incontrate dall’alleanza tra democristiani, socialisti, socialdemocratici e repubblicani,125 da parte della FIAP venne ribadita la necessità di «una determinata volontà riformatrice della società italiana, dell’organizzazione statale, della vita pubblica, del costume e della morale».126 Ma non solo: secondo quanto spiegato da Codignola nel corso delle assise, la FIAP doveva spendersi a favore di una riforma dell’istruzione pubblica sulla falsariga di quanto previsto dalla Costituzione, dato che «la struttura della scuola […] si collega[va] ancora ai lineamenti di uno Stato totalitario e classista, ai quali aderiva la riforma Gentile».127

Tornare sui temi più significativi emersi nel corso del convegno nazionale del 1964 permette di cogliere un ulteriore elemento: la nuova centralità della FIAP non si sostanziava soltanto attraverso la piena legittimazione conquistata a seguito del suo riconoscimento in ente morale o al ruolo avuto nell’organizzazione del Ventennale della Resistenza; veniva altresì a galla attraverso un generale ripensamento della missione stessa della FIAP. Pur evitando chiaramente l’opzione partitica, la Federazione presieduta da Parri assunse in quella fase politica le sembianze di un’organizzazione sostanzialmente fiancheggiatrice di alcune delle istanze programmatiche più avanzate degli esecutivi di centro-sinistra che avevano incontrato un certo ostracismo di alcuni settori politici ed economici.
A ben vedere, l’opera di supporto condotta dalla FIAP poteva essere intravista anche in occasione di altri momenti accorsi nella vicenda politica dell’Italia degli anni sessanta. Di fronte alla scoperta del “piano solo”,128 Parri vide confermata la propria percezione secondo cui, anche alla luce della persistenza della dittatura in Spagna e in Portogallo e dell’ascesa dei colonnelli in Grecia, era ormai prossimo l’inizio della partita tra l’espansione della democrazia e i rigurgiti autoritari di destra.129 Pertanto, proprio perché muoveva dalla memoria dell’antifascismo e da una sua riattualizzazione, la FIAP dichiarava che il panorama politico italiano non doveva essere sconvolto dal «ritorno a esperienze autoritarie».130

«contro l’oblio»: la FIAP, le contestazioni e la violenza politIca degli anni sessanta-settanta

Per la FIAP e per il variegato mondo dell’associazionismo partigiano, il Ventennale aveva sicuramente rappresentato un momento di cesura: a partire dal 1965, infatti, il multiforme panorama delle organizzazioni resistenziali fu sempre in grado di presentarsi unito in occasione delle ricorrenze celebrative. Ma con l’ingresso nella seconda metà degli anni Sessanta, la scena politica italiana iniziò a essere segnata da scossoni dalla molteplice natura,131 che avrebbero segnato la vicenda stessa della FIAP.

Nel 1968, in parallelo a quanto nel frattempo stava accadendo nei principali paesi occidentali, in Italia si presentò sul palcoscenico un nuovo soggetto sociale e politico, il movimento studentesco.132 Si trattava di una novità estremamente significativa perché quella generazione, nata quasi anagraficamente “dalla” Resistenza, faticava a riconoscersi non soltanto nelle modalità adottate per celebrare i fatti del 1943-1945, ma si sentiva anche distante dalle forme e dalle formule organizzative adoperate dagli ex combattenti nell’Italia repubblicana.133
I nuovi fermenti comparsi nella società italiana spinsero Parri a mutare prospettiva e modus operandi. Di fronte alla nuova situazione generatasi nel Paese, “Maurizio” riteneva si dovesse lavorare per portare in Parlamento un nutrito gruppo di uomini legati alla Resistenza che, sul modello di Salvemini, svolgessero una funzione pedagogica per le nuove generazioni.134 Anche la FIAP fu coinvolta in questa missione: dato che risultava «ben difficile a venticinque anni di distanza» dalla Liberazio- ne «fare presa sui giovani», la Federazione sarebbe dovuta diventare un gruppo politicamente qualificato in grado di «parlare anche ai giovani».135 Ripescando un tema mai sopito di discussione interna, ossia l’individuazione di un ruolo maggiormente definito per la FIAP nell’Italia del dopoguerra, vennero adottate due mosse concrete. Da un lato, pur muovendo in una situazione di perenne ristrettezza finanziaria, a partire dal febbraio del 1969 Parri e Mercuri dotarono la Federazione di un giornale mensile, la “Lettera ai compagni”, che, oltre ad aggiornare gli associati sui fatti riguardanti le attività della FIAP e a fornire loro alcuni strumenti di lettura, sarebbe dovuto diventare «un punto di incontro e di collega- mento tra vecchi compagni accomunati da una fede nella libertà e giovani o meno giovani che in essa credono».136 Dall’altro, venne immaginata una riforma statutaria, così da rendere possibile l’ingresso nella Federazione agli antifascisti più giovani. Messa a punto soprattutto da Dino Del Prete tra il 1970 e il 1973,137 la bozza del nuovo statuto, oltre a insistere sulla struttura federale della FIAP attraverso, ad esempio, l’istituzione di tre vicesegretari nazionali (uno per ogni zona geografica della Penisola), indicava, tra gli scopi principali della Federazione, la difesa e la trasmissione «tra i giovani» dello «spirito della guerra di Liberazione, stimolando ogni opportuna iniziativa, specie nel campo editoriale e scolastico».138

Ma il progetto di dotare la FIAP di un nuovo e più agile statuto non andò a buon fine. Probabilmente, le cause del fallimento furono principalmente due. In primo luogo, per una questione di priorità: la FIAP, associazione partigiana sorta anche per impedire «ogni tentativo, anche mascherato, di manomissione […] del regime democratico»,139 si trovò a essere parte integrante del fronte antifascista costituitosi più o meno spontaneamente nel Paese dopo la strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969, ossia in quella che è stata definita la “strategia della tensione”.140 Come recitava il commento pubblicato nel gennaio del 1970 sulle pagine de “Lettera ai compagni”, l’attentato nel salone della Banca nazionale dell’agricoltura, ossia un atto del «fascismo nelle sue forme più subdole e pericolose»,141 doveva essere condannato in maniera ferma, perché una simile azione rivelava «una ben precisa organizzazione a finalità eversive».142
In secondo luogo, la riforma statutaria non si realizzò per una ragione contingente: Parri, principale sostenitore della necessità di una revisione dello statuto, decise infatti di lasciare la presidenza della Federazione nel febbraio del 1969, esattamente in parallelo alle altre rinunce, ad esempio la direzione de “L’Astrolabio”, cui fu costretto tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta a causa dell’avanzare dell’età e di sopravvenuti problemi di salute.143
una volta dimessosi Parri, che motivò questa decisione anche sulla base di un’opportunità politica dato che la FIAP gli pareva spesso intesa come un organismo finalizzato soprattutto a sostenere le sue battaglie politiche,144 per la Federazione degli ex combattenti azionisti si apriva effettivamente una nuova fase. Dopo un breve interregno retto da un comitato di presidenza,145 al vertice venne eletto il socialista Francesco Albertini, ex internato a Mauthausen, oltreché, sul finire degli anni Sessanta, sottosegretario con delega ai rapporti con il Parlamento del primo governo Rumor.146 Porre alla guida della FIAP una figura come Albertini non significava soltanto riconoscere che la Federazione, per continuare nelle sue attività, aveva bisogno di un rappresentante dotato di «agganci politici», dei quali, ammetteva lo stesso Parri, «qualche volta» si aveva «purtroppo bisogno».147 Significava altresì iniziare a trasformare in maniera significativa il profilo della stessa Federazione: oltre a prestare le dovute attenzioni alle questioni a vario modo legate alla stagione resistenziale, la FIAP avrebbe cercato di partecipare con maggiore incidenza al dibattito politico, pur senza legarsi ad alcun partito.
Considerate dunque le specificità di Albertini, la Federazione, muovendo all’interno di un contesto altamente complicato come quello che caratterizzò l’Italia e l’intero quadro geopolitico globale nel corso degli anni Settanta,148 cercò anzitutto di dare il proprio contributo alle attività del Comitato nazionale per il venticinquesimo anniversario della Liberazione. Sulla base di due linee di attività ben precise (una manifestazione solenne in Campidoglio, a Roma, e un raduno unitario per ogni regione),149 il Comitato decise di sfruttare l’occasione per lanciare dei bandi rivolti esclusivamente agli studenti di vario grado: oltre agli universitari, per i quali, come ad esempio fece l’Università di Padova, medaglia d’oro della Resistenza,150 venne messo «a concorso un premio di laurea di £.500.000 per la migliore tesi discussa sulla Resistenza e sulla Liberazione»,151 anche gli studenti delle scuole medie inferiori e superiori furono incoraggiati, direttamente dal Ministero della pubblica istruzione, a prendere contatto con i comandanti partigiani «per una lezione testimoniale».152
In parallelo, proprio perché posta di fronte all’escalation della “strategia della tensione”, la FIAP cercò, per quanto nelle sue possibilità, di contribuire alla tutela delle istituzioni repubblicane. In occasione del VI Congresso nazionale, svoltosi a Milano dal 31 marzo al 3 aprile del 1973, la Federazione decise di presentarsi non come un’associazione combattentistica ormai incline «al reducismo», bensì come un soggetto che, muovendo dalla «difesa della Resistenza», contribuisse a fare luce sui pericoli rappresentati dalla svolta autoritaria, i cui esempi potevano essere visti nei vicini «casi della Grecia e della Spagna».153
Se sul piano più propriamente riconducibile alla politica internazionale la battaglia condotta dalla FIAP si concretizzava, oltre che nella denuncia dei regimi autoritari dell’Europa mediterranea, nella critica quanto mai convinta alla repressione voluta dall’urss della “primavera di Praga”,154 sul fronte interno la Federazione cercò di partecipare alle campagne finalizzate a chiedere il bando del Movimento Sociale Italiano e, al tempo stesso, di appoggiare quelle forze politiche che in Parlamento intendevano «portare avanti le riforme strutturali» e «rendere concreta la politica dell’antifascismo».155
L’attentato di piazza della Loggia a Brescia confermò il posizionamento della FIAP: a seguito del 28 maggio 1974, quando non si verificò tanto la nuova centralità dell’antifascismo nel dibattito pubblico rispetto all’anticomunismo,156 bensì l’intensificarsi della retorica pubblica antifascista, per la FIAP si doveva stimolare «Governo, partiti e forze antifasciste» nel dare «persuasive dimostrazioni della volontà di reprimere le insorgenze fasciste con un’azione d’insieme non surrogabile da singole e disparate azioni giudiziarie».157
Questa dichiarazione dimostrava l’esigenza della FIAP di voler rileggere in chiave politica la memoria della Resistenza, così da provare a rafforzare le fondamenta dello Stato repubblicano che, proprio perché proveniente dalla stagione resistenziale, doveva uscire indenne dalla violenza politica degli anni Settanta.158 D’altra parte, come aveva affermato Parri, la cui riflessione si dimostrava ancora centrale nell’elaborazione della Federazione, si trattava di una necessità quanto mai stringente, visto che quanto avvenuto nel bacino del Mediterraneo, ossia l’ascesa di un nuovo regime autoritario (Grecia) e il consolidamento di quelli già esistenti (Portogallo e Spagna) rischiava di diventare un pericoloso modello per i neofascisti italiani.159
Alla luce di questo proposito, la lettura politica adoperata dalla FIAP dei fatti resistenziali in occasione del trentesimo anniversario della Liberazione non può affatto sorprendere. Più che nella polemica lanciata dal PCI e anche dal PSI contro la segreteria Fanfani della DC per le posizioni assunte da quest’ultima nel corso del referendum sul divorzio,160 la FIAP decise di schierarsi a difesa della Costituzione repubblicana, che restava, a detta della Federazione, presieduta da Albertini, l’unico baluardo efficace per impedire «ogni ritorno a un regime fascista».161
Nell’ottica dell’associazione e delle posizioni che avrebbe dovuto assumere di fronte alla violenza politica e alle difficoltà dei partiti antifascisti nel rinsaldare il quadro politico, il VII Congresso nazionale, riunitosi a Modena nel maggio del 1976, rappresentò sicuramente un momento centrale nella vita della Federazione. Come spiegò il presidente Albertini, la FIAP, proprio perché intenzionata a ostacolare l’ascesa del neofascismo, avrebbe dovuto partecipare a «un’opera più incisiva intesa a porre alla nostra democrazia […] i caratteri consoni a quei principi e a quelle ideologie che avevano animato e sorretto tanti combattenti della Liberazione». Secondo quanto recitava anche il manifesto congressuale, l’unico modo per realizzare effettivamente «un’Italia diversa», sarebbe stato quello di rafforzare l’unità tra le forze politiche dichiaratamente antifasciste, favorendo non solo l’«avvicinamento dei comunisti all’area di governo», ma anche il loro «ingresso».162
Considerare plausibile la rotta del compromesso storico significava però aprire degli snodi quanto mai problematici nei confronti dell’esistenza stessa della Federazione, costituita nel 1949 su iniziativa degli ex combattenti di GL proprio per rispondere al predominio del PCI nell’AN- PI e alla scelta del partigianato vicino alla DC di fondare la FIVL.
A Modena, più che la posizione da assumere nei confronti della consorella dei partigiani cattolici, il dibattito ruotò attorno al rapporto da sviluppare con l’ANPI, dimostrando come all’interno della FIAP esistessero due fazioni ben distinte tra loro. Da un lato, coloro che si riconoscevano nelle posizioni di Albertini, supportato anche da Renzo Biondo,163 ritenevano fosse corretto accettare le trasformazioni accorse nello scenario internazionale nel corso degli anni Sessanta-Settanta e, proprio per questa ragione, fare della FIAP la principale promotrice di un «accordo federativo con l’ANPI».164 Dall’altro, coloro che, come Francesco Berti Arnoaldi, ritenevano che la posizione di Alber- tini potesse venire confusa come una semplice confluenza della FIAP
«nell’ANPI» e che perciò sarebbe stata da scongiurare: al massimo, agendo solo sul piano della pressione politica, la FIAP avrebbe dovuto prima di tutto realizzare «il rincontro storico di forze [che] nella Resistenza si [erano] già incontrate».165
Pur di evitare una divisione paradossale, specialmente dopo aver richiesto a gran voce l’unità del panorama politico antifascista, i rappresentanti delle due correnti trovarono una mediazione sul testo di una mozione finalizzata a stabilire un «contatto [immediato] con l’ANPI e con altre organizzazioni resistenziali e antifasciste […] per concordare le strutture federative attualmente possibili», così da preservare comunque «l’autonomia della FIAP fino al conseguimento dell’obiettivo unitario».166 In pratica, dal punto di vista politico, si trattava di sostenere la creazione di una «nuova e sollecita maggioranza», dotata della «forza» e del «consenso necessario per governare», senza più ricorrere alle superate «alchimie parlamentari».167 Soltanto così, si sarebbe sostanziata l’unità di quelle forze politiche che «30 anni» prima erano riuscite «a fare insieme una Costituzione [e] la Repubblica».168
Oltre all’accordo tra le due fazioni sul futuro della FIAP, nel corso del VII Congresso nazionale si verificò anche la sostituzione alla presidenza della FIAP di Albertini con Enzo Enriques Agnoletti, uno tra i maggiori dirigenti del PdA a Firenze, combattente per la liberazione e tra i massimi esponenti del PSI toscano.169 Ufficialmente, si era trattato di un ricambio dovuto all’intenzione di Albertini, vicepresidente del Senato in quota PSI, di ricandidarsi per un seggio a Palazzo Madama in occasione delle elezioni politiche del 20 giugno 1976.170
Lungi dal raffigurare un semplice avvicendamento, dietro a quel passaggio di consegne si poteva intravedere un significativo cambiamento di rotta per la stessa Federazione. Come scrisse Mercuri a Luciano Bolis,171 sostituire Albertini con Agnoletti significava passare da un presidente che non aveva «mai creduto alla FIAP» a uno favorevole alla preservazione dell’autonomia della Federazione.172
Pur probabilmente esagerata nei toni, i quali dimostravano la distanza creatasi tra presidente e segretario, le precisazioni di Mercuri suonavano sintomatiche dei profili diversi di Albertini e Agnoletti. Il primo non solo non aveva «vissuto nessuna esperienza azionista», ma credeva che non le minoranze bensì le masse fossero «le protagoniste assolute delle vicende della storia».173 Al contrario, Agnoletti presentava il cursus honorum “tipico” dell’azionista: dopo aver militato nelle fila del movimento liberalsocialista fiorentino negli anni Trenta, parallelamente all’incarico dirigenziale nella casa editrice La Nuova Italia, essere stato detenuto nelle carceri fasciste e aver assistito allo scioglimento del PdA, partito che aveva contribuito a dirigere a Firenze dopo l’8 settembre del 1943, fu coinvolto, come numerosi ex azionisti, nella faticosa ricerca di una terza via progressista tra il centrismo democristiano e il frontismo socialcomunista.174 Di conseguenza, avere un ex esponente del PdA come Agnoletti alla guida della FIAP significava,

per certi versi, riannodare il filo mai spezzato con l’azionismo politico. Non solo: voleva anche dire portare a conclusione il percorso che, dopo un primo avvicinamento alla FMAC, aveva portato la FIAP ad aderire alla FIR nel novembre del 1977. Malgrado questa decisione non trovasse l’assenso di buona parte dei suoi dirigenti, che si riconoscevano maggiormente nella propensione filo-atlantica di Parri,175 il nuovo po- sizionamento internazionale della Federazione risultava perfettamente coerente con le precedenti battaglie di Agnoletti sul Vietnam, tese a denunciare l’«assurdo intervento americano» nell’ex Indocina francese.176 Al netto di simili problematiche, comunque da considerare nel quadro di un’approfondita comprensione del tragitto percorso dalla FIAP nelle varie fasi della storia politica dell’Italia contemporanea, Agnoletti, similmente a quanto già sostenuto da Albertini, precisò fin da subito la necessità di confermare la tradizione unitaria della Resistenza, spe- cialmente «dopo che il fascismo» aveva «tentato con la violenza, con le stragi, con la strategia della tensione, e le complicità negli apparati del- lo stato, di scardinare le istituzioni democratiche». Di conseguenza, la FIAP, proprio per far sì che l’unità tra le forze resistenziali si riflettesse sullo scenario politico, si sarebbe adoperata per la realizzazione di una
«comune piattaforma per chiedere al governo, a qualunque governo, al parlamento, agli organi dello stato, quelle profonde riforme» necessarie per mettere «al sicuro il paese dagli attacchi eversivi».177
Pur restando fedele al secondo punto del suo statuto, quello che sanciva l’indipendenza della Federazione da qualsiasi partito politico,178 la FIAP agì da sostegno esterno alla formula della “solidarietà nazionale”, ideata, su ispirazione di Enrico Berlinguer e Aldo Moro, per difendere la democrazia minacciata dal terrorismo politico.179 Proprio di fronte all’attacco portato “al cuore dello stato”, ossia il rapimento (16 marzo 1978) e l’uccisione (9 maggio 1978) di Moro per mano delle Brigate Rosse,180 l’atteggiamento della FIAP volto a salvaguardare l’unità dei partiti antifascisti raggiunse il suo apice.
A conferma di questa tesi, si osservino prima di tutto le posizioni illustrate dai principali esponenti della FIAP durante le manifestazioni del 25 aprile di quell’anno, cioè in una serie di celebrazioni in cui i dirigenti del PCI, della DC, del PSI e della stessa ANPI si concentrarono soprattutto sul nesso tra le scelte compiute dall’antifascismo nel 1943- 1945 e quelle che avrebbero dovuto assumere i leader politici in quel frangente così complicato per la democrazia italiana.181 Parlando a conclusione della manifestazione di Milano, occasione in cui si erano verificati dei dissidi con l’ANPI perché la bandiera della FIAP non aveva potuto sfilare «dietro i Gonfaloni» delle istituzioni,182 il presidente del raggruppamento lombardo Aldo Aniasi,183 sostenne che «le forze democratiche» avrebbero dovuto attualizzare «la tensione ideale» e unitaria che aveva segnato la «Resistenza».184 Intervenendo nel comizio di Torino, oltre a ribadire l’intenzione della FIAP di voler contribuire alla costruzione di «una società diversa», Agnoletti si concentrò sull’atteggiamento da tenere di fronte al rapimento di Moro: pur chiarendo che si sarebbe dovuto «fare di tutto per salvarlo», coloro che provenivano «dalla Resistenza» ben sapevano «che a volte» era «necessario – per salvare l’avvenire – sacrificare il presente».185
Pare evidente che l’argomentazione di Agnoletti, sostenuta peraltro dall’intera FIAP, raffigurasse una totale chiusura nei confronti del dialogo con le Brigate Rosse e, al contempo, un appoggio all’unità del panorama politico, linea che emergeva anche dal sostegno pubblico dato a quelle iniziative intellettuali che sostenevano la reazione dello Stato repubblicano nel rispondere all’escalation della violenza. Per esempio, Leo Valiani, che dalle pagine del “Corriere della Sera” ebbe un ruolo fondamentale nel denunciare tanto «i molteplici volti del terrorismo» quanto coloro che erano disponibili a dare «il minimo riconoscimento» al terrorismo «nero e rosso»,186 ricevette il sostegno incondizionato da parte della FIAP. Dopo aver letto anche la firma di Valiani nel manifesto in cui si chiedeva allo Stato di non avviare nessun dialogo con le Brigate Rosse che detenevano Moro nel covo di via Montalcini, a Roma,187 Oreste Gementi, segretario del raggruppamento lombardo, esprimeva a Valiani «il pieno consenso alle considerazioni […] con speciale riguardo ai provvedimenti prospettati per isolare e sconfiggere il dilagante terrorismo».188 Non solo: così come nel manifesto venivano registrate «con allarme [le] prese di posizione di politici, di intellettuali, di professionisti» a favore di un dialogo con le BR,189 così Gementi definiva «incomprensibile […] l’ambiguo e arrendevole atteggiamento della segreteria e della Direzione del PSI»,190 partito che invece aveva cercato di instaurare un canale con i brigatisti allo scopo di ottenere il rilascio di Moro.191 Tuttavia, secondo Gementi l’atteggiamento dei socialisti non era affatto condiviso dalla «stragrande maggioranza dei volontari della libertà», che invece si sarebbero riconosciuti a larga maggioranza nelle parole di Valiani.192
Rafforzato dall’assunzione dei segmenti simbolici resistenziali a fondamento dello stato repubblicano, il culmine di quel processo sviluppatosi fin dagli anni Sessanta venne raggiunto probabilmente a seguito dell’uccisione di Moro. Come confermato dai commenti adoperati per l’occasione, l’apice fu infatti toccato il 7 luglio 1978, quando alla Presidenza della Repubblica venne eletto Sandro Pertini, socialista di lungo corso, vecchio oppositore del fascismo e tra i principali protagonisti della lotta di liberazione nazionale.193 Si trattava, anche per la FIAP, di una «vittoria della Resistenza», ma non solo: specialmente alla luce, oltre che del profilo biografico del nuovo capo dello stato, delle sue posizioni nettamente contrarie a una trattativa con i brigatisti durante i cinquantacinque giorni del sequestro Moro,194 l’elezione di Pertini raffigurava anche «un segno» di come in Italia stesse montando «un’ondata» che, salendo «dal fondo», credeva comunque «nell’avvenire».195

«rIchIamo aI valorI IdealI e moralI dell’antIFascIsmo». alcune IpotesI sull’atteggIamento della FIap neglI annI ottanta, ovvero aglI InIzI della sFIda alla memorIa della resIstenza

Nel ragionare sui mutamenti accorsi nella sfera politica dell’Euro- pa occidentale sul finire degli anni Ottanta, Tony Judt ha giustamente sostenuto che «con il crollo del comunismo e l’implosione dell’urss non sparì solo un sistema ideologico, ma si dissolsero le coordinate politiche e geografiche di un intero continente».196 Se tra le caratteristiche ideologiche proprie del continente occidentale è considerata anche la vasta condivisione, tra gli attori politici di varia tendenza, dei principi antifascisti, il processo di trasformazione iniziò a materializzarsi già con il passaggio tra anni Settanta e Ottanta, come dimostrato anche dallo specifico caso italiano.197

All’origine dell’avvio del processo di critica, anche radicale, nei confronti del paradigma antifascista in Italia contribuì in larga parte la trasformazione del quadro politico.198 Seppur indirettamente, uno stimolo importante a favore del revisionismo della memoria resistenziale fu generato dall’intenzione, impersonata da Bettino Craxi, di dar vita a un profondo rinnovamento istituzionale. La “grande riforma” immagi- nata da Craxi e dal PSI aveva individuato nell’impianto parlamentare della Costituzione un ostacolo da superare per fondare quella nuova Repubblica che, nell’ottica del gruppo dirigente socialista, avrebbe dovuto dotare il paese delle strutture adeguate per procedere a una sua vasta modernizzazione. Secondo quanto ricordato da Giuliano Amato, che di quell’ipotesi fu tra i principali ispiratori, si trattava di portare a termine «l’elezione diretta del Presidente della Repubblica», così da creare
«una figura che nonostante le coalizioni alternative» avesse avuto «una legittimazione nazionale».199
A opporsi al disegno craxiano fu soprattutto il Partito Comunista, che aveva storicamente legato la propria legittimazione democratica alla difesa della Resistenza e dell’assetto istituzionale da essa prodotto attraverso la Costituzione. Benché da parte socialista non mancassero delle fondate ragioni per mettere sotto accusa la cultura politica comunista, il cui processo di rinnovamento faticava a superare i vincoli della tradizione del marxismo-leninismo, la polemica sulla “grande riforma”, comunque da contestualizzare nel vasto scontro a sinistra sviluppatosi tra PSI e PCI nel corso degli anni Ottanta,200 finì per avere degli effetti dirompenti sulla memoria della Resistenza e sulla stessa unità dell’antifascismo.201 Ciò avvenne malgrado il ruolo centrale avuto da entrambi i partiti nell’edificarla e nonostante l’arrivo al Quirinale di Sandro Pertini, un vero e proprio Resistance President.202
Lo scontro in atto tra PSI e PCI non poteva che riverberarsi anche sulla FIAP, specialmente considerate le posizioni della Federazione a favore dell’unità politica delle forze antifasciste nell’ottica della lotta al terrorismo politico, secondo quanto ribadito anche dallo stesso Agnoletti nell’VIII Congresso nazionale della Federazione.203 Confermato dunque il sostegno alla “solidarietà nazionale”, Agnoletti e i massimi dirigenti della FIAP considerarono un errore la decisione assunta dai socialisti di lanciare, con l’arrivo del 1980, una nuova formula di governo basata sulle coalizioni di pentapartito (DC, PSI, PSDI, PRI e PLI) che avrebbe segnato la scena politica italiana fino al 1992.204 Anche a causa di queste divergenze politiche, cui dovevano essere aggiunte quelle relative alla condotta morale della gestione craxiana,205 Agnoletti e altri dirigenti socialisti di provenienza azionista, tra cui Tristano Codignola, furono espulsi dal PSI, scatenando un’ondata di polemiche nel partito.206
Tenuto conto del rapporto comunque solido che si era costruito tra la FIAP e il mondo socialista, l’espulsione di Agnoletti, di Codignola e di altri esponenti del PSI fu davvero un momento di cesura per la storia della stessa Federazione. A ben vedere, le distanze tra la FIAP e il gruppo dirigente del PSI emergevano anche dinanzi al rapporto da tenere nei confronti del Movimento Sociale Italiano: se per la Federazione presieduta da Agnoletti qualsiasi contatto sarebbe stato da evitare, alcuni rappresentanti del partito di Craxi, così come di altri partiti dichiaratamente antifascisti, presenziarono ai lavori del XIV Congresso nazionale del MSI, svoltosi a Roma nel novembre-dicembre 1984.207 Secondo la FIAP si era così verificata non solo la concessione di credito nei confronti di quel movimento, bensì «un’ulteriore prova della progressiva liquidazione della barriera tra forze dell’arco costituzionale e altre forze». In pratica, nell’aria si poteva cogliere «uno strisciante […] marcato revival fascista».208
L’apertura nei confronti del MSI, cui vanno aggiunte le polemiche susseguenti alla decisione del governo Craxi di procedere alla scarcerazione anticipata di Walter Reder, l’ex ufficiale delle SS che guidò il massacro di civili a Monte Sole (comunemente noto come strage di Marzabotto),209 appariva una strumentalità di natura politica, con Craxi sempre alla ricerca di nuovi spazi per il suo partito.210 In pratica, non si era soltanto di fronte al tentativo di «cancellare la distinzione tra chi era dalla parte della storia, della ragione […], e chi barbaramente cercava di cancellare e stravolgere ogni valore che rende la vita degna di essere vissuta»;211 si era nel pieno dell’operazione, che si sviluppò a seguito del delitto di Moro e nel corso degli anni Ottanta, avente l’evidente scopo di indebolire il legame che univa la memoria con la politica dell’antifascismo.212

Testimoniata anche dalla progressiva diminuzione di commenti ed editoriali sui fatti resistenziali dalle pagine della stampa comunista,213 la nuova stagione nei confronti della memoria antifascista, si sostanziava anche a livello legislativo. Infatti, mentre in occasione del Ven- tennale e del trentennale della Liberazione erano stati approvati degli specifici provvedimenti con lo scopo di sostenere finanziariamente e organizzativamente le manifestazioni celebrative, nel 1985, malgrado la presenza di Pertini alla Presidenza della Repubblica e di un partito storicamente antifascista come il PSI alla guida del governo, non venne votata alcuna legge ad hoc. Pur in presenza di «un fervore di iniziative, commemorazioni, tavole rotonde, convegni di studio e monumenti», sulla “Lettera ai compagni” si affermava che mancava del tutto «un’iniziativa ufficiale di largo respiro» che prevedesse «un comitato nazionale» e che fosse sostenuta da un’apposita «legge di finanziamento».214
Nonostante queste problematiche di fondo, la FIAP partecipò logi- camente alla ricorrenza del Quarantennale, agendo principalmente su due fronti.
In primo luogo, i suoi principali dirigenti presero parte alle celebrazioni tenutesi nelle principali città italiane, evidenziando l’importanza per il futuro della Repubblica del costante «richiamo ai valori ideali e morali dell’antifascismo».215 A ben vedere, quanto sostenuto dalla Federazione guidata da Agnoletti, la cui posizione tendeva ancora a fare dei valori antifascisti un elemento distintivo anche per le forze politiche presenti in Parlamento, poneva la FIAP su un piano ben diverso rispetto soprattutto al PSI. Gli esponenti politici legati alla stagione resistenziale anche da un punto di vista biografico si schierarono con convinzione a difesa della memoria antifascista: per esempio, il socialista Francesco De Martino e il democristiano Luigi Granelli, parlando rispettivamente a Napoli e a Monza, misero in guardia coloro che, «con l’aiuto di sto- riografie alla moda», ponevano sul medesimo piano fascisti e antifascisti.216 Anche se Craxi confermò nel suo discorso di Milano i temi tradizionali della memoria antifascista,217 sull’“Avanti!” trovarono ampio spazio ragionamenti, come quello firmato da Giulio Scarrone, in cui si sosteneva che dei “miti” provenienti dalla stagione resistenziale non vi fosse più necessità, perché il paese aveva ormai «raggiunto una omo- geneità e un senso dell’identità nazionale mai toccati nel passato».218
In secondo luogo, anche per contribuire all’evoluzione della ricerca storica sull’azionismo,219 un campo di indagine che nel corso degli anni ottanta iniziò ad attirare l’attenzione delle nuove leve della storiografia italiana,220 la FIAP decise di organizzare dei momenti «di discussione e di dibattito» allo scopo di «suscitare l’interesse e il consenso delle nuove generazioni».221 Tra le varie iniziative assunte, deve essere ricordato il convegno, tenutosi a Bologna nel marzo del 1984, sulla vicenda del Partito d’Azione dalle origini alla resistenza armata, da cui poi sarebbero stati pubblicati gli atti che ancora oggi rappresentano un contributo importante per chiunque intenda approcciarsi a questi campi di studio.222 Altrettanto indicativa della capacità della FIAP di interagire con la comunità scientifica, specialmente quella porzione che lavorava nell’Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia, fu la predisposizione del volume che conteneva i documenti pro- dotti dalle formazioni di GL nel corso della guerra partigiana. Anche se la FIAP dovette sostenere praticamente in solitudine il peso finanziario dell’operazione, Agnoletti, come scrisse nella prefazione, decise di appoggiare comunque la ricerca perché il volume avrebbe rappresentato una risposta alle «tesi di indifferentismo, quasi di parità tra le parti», emerse «nel quarantesimo anno della Liberazione».223 Considerate le posizioni sostanzialmente revisioniste emerse anche nel PSI, il ragionamento di Agnoletti pareva anche una risposta indiretta proprio al nuovo atteggiamento socialista nei confronti della stagione resistenziale.
Malgrado fosse coinvolta in prima fila nella battaglia contro il revisionismo politico e storiografico nei confronti della memoria della Resistenza, la FIAP si trovò presto nel bel mezzo di una nuova disputa interna, le cui radici affondavano nel Congresso del 1976. Proprio nel corso delle celebrazioni del 25 aprile 1985, Aniasi dichiarò che, a suo avviso, «le separazioni» delle «tre associazioni partigiane ANPI, FIAP e FIVL», «giustificate dalla Guerra fredda», ormai non avevano «più senso» e bisognava procedere a una loro unificazione.224
Per Mercuri, prima di procedere sulla rotta indicata da Aniasi, si trattava quantomeno di capire se, dentro l’associazione, esistessero pareri favorevoli «per la riunificazione».225 A detta di Bolis, che comunque condivideva l’ipotesi di Aniasi circa la necessità di procedere a un superamen- to delle «tre strutture separate» dell’associazionismo partigiano, quanto prospettato dal presidente del raggruppamento lombardo sarebbe stato ipotizzabile soltanto nel caso in cui anche la FIVL si fosse detta d’accor- do: qualora quest’ultima non avesse accettato «l’idea stessa dell’unione», allora sarebbe stato «imprudente», per gli associati della FIAP, avventurarsi «da soli», perché sarebbe assomigliato al «rientro di un pentito all’ovile».226 Nonostante le speranze di Aniasi, quanto sostenuto da Bolis e dalla maggioranza degli interpellati nel «giro d’orizzonte» effettuato da Mercuri permetteva di cogliere la contrarietà, in seno alla stessa FIAP, nei confronti dell’«idea dell’unificazione o riunificazione».227
La questione della riunione del partigianato italiano in un’unica associazione non raffigurava certamente un argomento di discussione così innovativo per i militanti della FIAP. Già nel 1976, come ricordato da Bolis, una proposta simile «fu già portata a un […] congresso da Francesco Albertini», finendo però per essere «radicalmente bocciata».228 Non a caso, proprio a seguito delle dimissioni di Albertini, quale presidente della Federazione venne eletto Agnoletti, favorevole sicuramente a un dialogo con l’ANPI e la FIVL, così come alla tutela della memoria antifascista, pur salvaguardando l’esistenza della FIAP come singola associazione.
Che si trattasse di un aspetto davvero centrale per il futuro della Federazione, può essere ricavato dal dibattito che precedette il IX Congresso nazionale, convocato a Lerici, in provincia di La Spezia, dal 13 al 15 marzo del 1987. Ma la scomparsa di Agnoletti, mancato il 7 settembre 1986 a seguito di un grave scompenso cardiaco,229 costrinse gli associati alla non semplice ricerca di un nuovo presidente. Dopo un lungo giro di consultazioni, di cui vi è peraltro ampia traccia nell’Archivio della FIAP, la scelta cadde su Aniasi,230 malgrado alcuni militanti avessero proposto la figura di Paolo Vittorelli. Secondo Gementi, eleggere Aniasi, che aveva più volte rassicurato l’intenzione «di preservare l’autonomia e l’indipen- denza [dell’associazione]», significava porre alla presidenza della FIAP un deputato propenso a spendersi, come fatto dai massimi dirigenti di ANPI e FIVL, a livello parlamentare per «tutelare i nostri interessi».231

Per giungere a un sostegno più ampio, Aniasi mise da parte l’ipotesi della riunificazione con le altre due associazioni partigiane, garantendo inoltre che la Federazione, dopo la sua elezione, avrebbe proseguito sul tracciato percorso durante della presidenza di Agnoletti; d’altro canto, come tenne a precisare Valiani, anche con Aniasi l’associazione avrebbe riattualizzato il portato resistenziale e, al contempo, rinvigorito l’opera di sostegno alla ricerca e alla critica storica, fornendo «contributi di documentazione, di raccolta di testimonianze».232
Malgrado le rassicurazioni offerte da Aniasi, per quanto riguarda il rapporto che la FIAP avrebbe dovuto tenere con l’ANPI e la FIVL, sulle pagine de “Lettera ai compagni” si sviluppò comunque un significativo scambio d’opinioni. Secondo Bruno Vasari, dal momento che la situazione politica era caratterizzata da un conclamato distacco dai valori resistenziali,233 la FIAP non poteva che «continuare a vivere».234 Ciò sarebbe servito, precisava Mercuri, per proseguire nell’opera di diffusione di una cultura storica «per un momento […] di grande rilevanza», contribuendo anche a stabilire «alcune verità» o a ritornare con «una migliore attenzione» sulle vicende resistenziali.235
Benché non si fosse ancora giunti alle sollecitazioni, provenienti da alcuni settori politici e intellettuali, da esercitare sulle istituzioni dello Stato perché promuovessero una nuova memoria pubblica “pacificata”,236 la relazione congressuale di Aniasi fu incentrata prima di tutto sulla posizione della FIAP nei confronti della Resistenza. Secondo il neo-presidente, a fronte delle prime degenerazioni del sistema politico nazionale,237 la stagione antifascista avrebbe dovuto fungere da esempio morale, ancor prima che politico. In secondo luogo, pur condividendo l’impostazione della presidenza di Agnoletti, implicitamente ribadita dagli interventi citati di Vasari e Mercuri, secondo cui la FIAP doveva continuare ad affian- care la comunità degli studiosi nella ricerca storica, Aniasi, segnando così una sostanziale differenza con i suoi predecessori, si concentrò soprattutto sulla missione para-politica che avrebbe dovuto assumere la FIAP: di fronte alle difficoltà sempre più evidenti incontrate dai partiti, una realtà partigiana direttamente connessa all’esperienza e ai valori azionisti avrebbe dovuto partecipare «al grande dibattito […] sul modo di essere della democrazia», ipotizzando al massimo un aggiornamento della Costituzione, senza però mai mettere in dubbio «quei principi fondamentali» espressi dagli estensori sull’onda degli «ideali della lotta popolare e della Resistenza».238
Più che sulla posizione da assumere nei confronti delle altre associazioni partigiane, le contrapposizioni all’interno della FIAP erano emerse proprio nei confronti delle funzioni che la federazione avrebbe dovuto svolgere: da un lato coloro che, come Vasari e lo stesso Mercuri, sul- la scia di quanto sostenuto da Agnoletti e ancor prima da Parri, ritenevano che avrebbe dovuto unire l’attualizzazione dei valori resistenziali alla divulgazione della storia della Resistenza attraverso un diversificato sostegno alla comunità scientifica. Dall’altro, coloro che, come Aniasi, Biondo e Guido Bersellini, ritenevano necessaria la trasformazione della FIAP in un’associazione che, pur muovendo dai valori della stagione resistenziale, non rinunciasse a lavorare per una modernizzazione del sistema politico.239 Probabilmente, fu proprio su questa disputa che si con- sumò la futura traumatica rottura tra Aniasi e Mercuri, conclusasi con l’espulsione di quest’ultimo dalla Federazione nel novembre del 1993: rispetto a quanto sostenuto dal presidente, che spingeva per un’interpretazione maggiormente politica dell’attività della FIAP, come dimostrato dalla revisione del secondo articolo della revisione statutaria varata nel 1989,240 lo storico segretario avrebbe preferito il mantenimento di «quella ‘missione’ culturale dell’associazione che aveva […] costruito negli anni della sua segreteria».241
Con l’ingresso negli anni Novanta, specialmente a seguito del mutamento anche radicale avvenuto nel panorama politico italiano dopo il crollo del comunismo e la crisi dei partiti protagonisti della Resistenza, si entrava effettivamente in una «nuova era», come titolato peraltro da “Lettera ai compagni” del dicembre 1989.242 Segnata dalla scomparsa del conflitto ideologico globale tra Usa e Urss così come dall’arrivo sulla scena politica nazionale di due partiti, Lega Nord e Forza Italia, privi di qualsiasi legame con il patrimonio storico dell’antifascismo, l’ingresso nella nuova epoca avrebbe comportato diversi problemi da superare per la FIAP. Ma quelli direttamente o indirettamente legati alla Guerra fredda, che ne avevano segnato i primi quarant’anni di vita, erano comunque definitivamente superati.243

suggestIonI conclusIve

Pur considerandolo una bozza di una futura ricostruzione storica della vicenda della FIAP, per il cui approfondimento sarebbe necessario in primo luogo l’ampliamento del ventaglio di fonti considerate, questo primo tentativo di analisi permette di fissare alcune chiavi di lettura.
Anzitutto, considerando il complesso itinerario percorso per ottenere il riconoscimento in ente morale, la FIAP può essere considerata effettivamente un efficace prisma attraverso cui leggere l’atteggiamento dell’apparato statale, così come di una rilevante porzione della DC, nei confronti della Resistenza: in sostanza, dopo le prime concessioni dell’immediato dopoguerra, il contesto resistenziale doveva essere salvaguardato, oltre che dall’ANPI filo-comunista, anche da quel comunque rilevante segmento della politica e della società italiana che a ogni modo non si riconosceva nella visione democristiana simboleggiata dalla FIVL. In secondo luogo, la ricostruzione del dibattito sviluppatosi tra le fila dell’associazione durante la presidenza di Parri permette di fissare un ulteriore elemento: se nel corso della fase più complicata della Guerra fredda la FIAP provò effettivamente a salvaguardare la memoria resistenziale dai tentativi egemonizzanti condotti dall’ANPI e dalla FIVL e dai rigurgiti neofascisti, durante il disgelo, Parri e i suoi, pur continuando a prestare la massima attenzione nei confronti dell’atteggiamento neofascista o comunque reazionario, cercarono di contribuire alla riattualizzazione del messaggio e dei valori resistenziali. Aldo Moro e la DC furono gli interlocutori maggiormente disposti all’ascolto rispetto a quanto potessero essere, per profilo biografico e per contesto politico-generale, Scelba o anche De Gasperi. Non solo, nel corso degli anni Sessanta, probabilmente in parallelo a quanto avvenuto sulle pagine de “L’Astrolabio”, la FIAP agì sia come forza di supporto alle istanze più avanzate emerse nella maggioranza di centro-sinistra, sia quale cassa di risonanza alle denunce contro
le trame eversive.
In conclusione, un punto, forse relativo esclusivamente agli sviluppi e alle vicende della Federazione, che deve essere evidenziato è la centralità avuta tanto dai presidenti quanto dai segretari nazionali. I primi cercarono, sulla base della loro caratura personale, politica e intellettuale, di influenzare le posizioni assunte dalla FIAP sia di fronte alle problematiche di politica interna sia rispetto alle questioni di politica internazionale: per esempio, se nel corso della presidenza di Parri la Federazione sostenne l’esperienza di Unità popolare e, in generale, il terza-forzismo dal richiamo azionista, durante la presidenza Albertini, e ancor più convintamente nel corso della conduzione di Agnoletti, la FIAP appoggiò l’unità dei partiti antifascisti per sconfiggere «il pericolo incombente» rappresentato dall’eversione neofascista e dal terrorismo politico.244 I secondi – da Bellavitis a De Meis e a Mercuri – ebbero invece un ruolo centrale non solo nel rafforzare organizzativamente la Federazione immaginata da Parri, permettendole di ottenere il riconoscimento giuridico. Furono fondamentali per far sì che la FIAP riuscisse a essere presente sulla scena del movimento antifascista nell’Italia repubblicana, sia attraverso la presenza costante negli organismi messi a punto nei vari decenni, sia alimentando una significativa attività editoriale e di studio, ancora oggi fondamentale per chi si occupa di questi temi.

Note

1 È doveroso ringraziare, oltre alle autrici e agli altri autori di questo volume con cui lo scambio è sempre stato proficuo, anche quegli studiosi che mi hanno fornito molteplici indicazioni: Romeo Aureli, Andrea Becherucci e Corrado Scibilia.
2 A. Gobetti, Diario partigiano, Torino, Einaudi, 1952, pp. 413-414.
3 F. Bugliari, Sommaria relazione del rappresentante delle formazioni GL nel comitato esecutivo dell’ANPI, 27 febbraio 1947, in Archivio Centrale dello Stato, Roma [d’ora in poi ACS], Carte Ferruccio Parri [d’ora in poi CFP], busta [d’ora in poi b.] 95, fascicolo [d’ora in poi fasc. ] 420.
4 Cfr., per quanto riguarda l’alternarsi delle varie fasi che segnarono la storia dell’Europa occidentale tra il 1945 e il 1990, le considerazioni illustrate da Federico Romero nell’Introduzione al suo Storia della guerra fredda. L’ultimo conflitto per l’Europa, Torino, Einaudi, 2009, pp. 3-15.

5 Cfr. M. Mazower, Dark Continent. Europe’s Twentieth Century, London, Allen Lane, 1998, pp. 290-296.
6 Cfr., tra gli studi più recenti, M. Bresciani, Quale antifascismo? Storia di Giustizia e libertà, Roma, Carocci, 2017, pp. 182-196.
7 Se l’ascendente dell’antifascismo sulla memoria e sulla vicenda politica dell’Italia repubblicana, così come del blocco occidentale, è un tema sufficientemente studiato, la storia delle organizzazioni partigiane italiane non pare essere ancora stata scritta, eccezion fatta per pochi casi comunque riconducibili agli stessi protagonisti dell’epopea resistenziale. Sul rapporto tra l’antifascismo e la memoria dei paesi occidentali nel corso del secondo dopoguerra si veda il fondamentale saggio di Tony Judt, The Past is Another Country: Myth and Memory in Postwar Europe, “Daedalus”, vol. 121, n. 4, Fall, 1992, pp. 83-118. Per quanto concerne invece la memoria resistenziale si vedano prima di tutto i seguenti volumi collettanei: E. Collotti (a cura di), Fascismo e antifascismo: rimozioni, revisioni, negazioni, Roma-Bari, Laterza, 2000; A. De Ber- nardi, P. Ferrari (a cura di), Antifascismo e identità europea, Roma, Carocci, 2004. Infine, oltre al saggio di Patrizia Dogliani (i cui riferimenti si troveranno nelle seguenti note), due esempi di ricostruzione storica delle associazioni par- tigiane scritte da esponenti illustri delle stesse possono essere considerati: A. Boldrini, Enciclopedia della Resistenza, Milano, Teti, 1980; R. Biondo, Parri e la costituzione della FIAP: una scelta necessaria, Milano, FIAP, 1994.
8 C. Cenci, Rituale e memoria: le celebrazioni del 25 aprile, in L. Paggi (a cura di), Le memorie della Repubblica, Firenze, La Nuova Italia, 1999, p. 352.
9 F. Focardi, La guerra della memoria. La Resistenza nel dibattito politico dal 1945 a oggi, Roma-Bari, Laterza, 2005, p. 53.
10 Cfr. C. Cenci, op. cit., p. 371.
11 Cfr. F. Focardi, La guerra della memoria, cit., pp. 61-63. Sul tema e, più in generale, sulle periodizzazioni relative al portato resistenziale nell’Italia repubblicana si veda soprattutto G. De Luna, La Repubblica del dolore. Le memorie di un’Italia divisa, Milano, Feltrinelli, 2011, pp. 43-46.
12 Cfr. G. Formigoni, Storia d’Italia nella Guerra fredda, Bologna, il Mulino, 2016, pp. 93-101.
13 P. Dogliani, La memoria della guerra nell’associazionismo post-resistenzia- le, G. Miccoli, G. Neppi Modona, P. Pombeni (a cura di), La grande cesura. La memoria della guerra e della resistenza nella vita europea, Bologna, il Mulino, 2001, p. 539.
14 Relativamente al periodo interbellico si suggerisce prima di tutto il volume di E. Gentile, Fascismo e antifascismo. I partiti italiani tra le due guerre, Firenze, Le Monnier, 2000. Per quanto riguarda invece i dissidi sviluppatisi nel CLN e nel CLNAI rimando specialmente a G.E. Rusconi, Resistenza e postfascismo, Bologna, il Mulino, 1995, pp. 69-142.
15 Sulla polarizzazione della politica in Italia provocata dalla Guerra fredda e sui suoi riflessi sull’associazionismo partigiano si veda P. Cooke, The Legacy of the Italian Resistance, New York, Palgrave Macmillan, 2015, pp. 23-25.
16 Cfr. R. Biondo, op. cit., pp. 11-14.
17 Cfr. Approvato il decreto contro i paramilitari, “La Stampa”, 14 febbraio 1948. La disposizione doveva essere inquadrata nel più vasto piano portato avanti da Scelba al fine di delimitare l’attivismo delle sinistre in Italia sul finire degli anni Quaranta. Cfr., a questo proposito, P. Craveri, Mario Scelba, la questione comunista e il problema della Democrazia Cristiana, in P.L. Ballini (a cura di), Mario Scelba. Contributi per una biografia, Soveria Mannelli, Rub- bettino, 2005, pp. 75-104.
18 Cfr. F. Focardi, Il passato conteso. Transizione politica e guerra della me- moria in Italia dalla crisi della prima Repubblica ad oggi, in F. Focardi, B. Groppo (a cura di), L’Europa e le sue memorie. Politiche e culture del ricordo dopo il 1989, Roma, Viella, 2013, p. 52.
19 Intervento di Leo Valiani, in INSMLI, fondo FIAP nazionale, s. 5 – Congressi nazionali, fasc. 13. Per le referenze archivistiche interne al saggio si è deciso, per coerenza, di utilizzare la denominazione INSMLI come presente nelle banche date archivistiche.
20 Lettera di Ferruccio Parri, Milano, 25 marzo 1948, in ACS, CFP, b. 99, fasc. 447.
21 Cfr. “La presente comunicazione …”, s.d., s.l., ibidem.
22 Cfr. D. Giachetti, Per la giustizia e la libertà. La stampa Gielle nel secondo dopoguerra, Milano, Franco Angeli, 2011, p. 40.
23 Cfr. G. De Luna, La Repubblica del dolore, cit., pp. 43-45.
24 Anche per commemorare i martiri della libertà il popolo ha dovuto lottare, “l’Unità”, 27 aprile 1948.
25 Scontri a Milano fra polizia e partigiani, “La Stampa”, 26 aprile 1948.
26 Giulio Alonzi era infatti socialista. Sulla figura di Alonzi rimando comunque ai due lavori di Paride Quarozzi, Giulio Alonzi, luogotenente di Ferruccio Parri (Veroli, Comune di Veroli, 2005) e Una vita spesa bene: biografia di Giulio Alonzi, il soldato, il partigiano, il giornalista (Cosenza, Pellegrini, 2009).
27 Lettera di Ferruccio Parri a Giulio Alonzi, Roma, 6 maggio 1948, in ACS, CFP, b. 99, fasc. 447.
28 Cfr. F. Parri, Le speranze della Resistenza, “L’Astrolabio”, a. XI, 31 marzo 1974, adesso in Id., Scritti 1915/1975, a cura di E. Collotti et al., Milano, Fel- trinelli, 1976, p. 578.

29 Cfr., sull’attentato al segretario del PCI, G. Gozzini, Hanno sparato a Togliatti, Milano, Il Saggiatore, 1998. Per quanto riguarda invece le fratture nel campo sindacale si veda prima di tutto il saggio, sintetico ma comunque esaustivo di Adolfo Pepe, La scissione in Italia, in M. Antonioli et al. (a cura di), Le scissioni sindacali. Italia e Europa, Pisa, BFS, 1999, pp. 115-126.
30 Verbale della riunione reduci e partigiani alta Italia, Milano, 22 agosto 1948, in INSMLI, fondo FIAP nazionale, s. 1 – Atto costitutivo, statuti, fasc. 1. Per le referenze archivistiche interne al saggio si è deciso, per coerenza, di utilizzare la denominazione INSMLI come presente nelle banche dati archivistiche.
31 Cfr. Lettera di Arrigo Boldrini a Ferruccio Parri, Roma, 25 giugno 1948, in ACS, CFP, b. 99, fasc. 447.
32 Lettera di Ferruccio Parri, Milano, 2 dicembre 1948, ivi, fasc. 449.
33 Cfr. G. Rochat, La Resistenza, in E. Collotti (a cura di), Fascismo e antifasci- smo, cit., pp. 274-275. Vedasi anche G. Grassi (a cura di), Resistenza e storia d’Italia. Quarant’anni di vita dell’Istituto nazionale e degli Istituti associati. Annuario 1949-1989, Milano, Franco Angeli, 1989.
34 Ad esempio, secondo Giorgio Agosti, vi era il rischio che «privi dell’appoggio del governo o di un partito organizzato», non sarebbero riusciti a «trovare […] tutte quelle belle cose senza di cui le associazioni restano puri spiriti». Cfr. Lettera di Giorgio Agosti a Ferruccio Parri, Torino, 28 dicembre 1948, in ACS, CFP, b. 99, fasc. 447.
35 Cfr. R. Biondo, op. cit., p. 24.
36 Così citato in A. Becherucci, La difesa dell’eredità della Resistenza nelle lettere a “Il Ponte” dal pubblico dei suoi lettori (1949-1950), in “Nuova Antologia”, a. CXLVII, fasc. 2263, luglio-settembre 2012, p. 95.
37 Cfr. D. Giachetti, op. cit., p. 41.
38 Atto costitutivo e statuto, 18 luglio 1949, in INSMLI, fondo FIAP nazionale,
s. 1 – Atto costitutivo, statuti, fasc. 1.
39 Cfr. le utili riflessioni contenute in F. Mazzei, De Gasperi e lo “Stato forte”. Legislazione antitotalitaria e difesa della democrazia negli anni del centrismo (1950-1952), Milano, Le Monnier, 2013, pp. 265-292.
40 25 aprile 1945 – 25 aprile 1951, in INSMLI, fondo FIAP nazionale, s. 13 – Celebrazioni e commemorazioni, fasc. 1.
41 Cfr. Lettera di Michele Bellavitis a S. E. il Prefetto di Milano, Milano, 21 dicembre 1949, ivi, s. 1 – Atto costitutivo, statuti, fasc. 4.
42 Cfr. Consiglio di Stato, Milano: Federazione Italiana Associazioni Partigiane (FIAP) – Riconoscimento personalità giuridica, 3 giugno 1952, ibidem.
43 Cfr. A. Lepre, L’antifascismo e l’anticomunismo in Italia, Bologna, il Mulino, 1997, p. 122. Cfr. inoltre le utili riflessioni contenute in F. Mazzei, De Gasperi e lo “Stato forte”. Legislazione antitotalitaria e difesa della democrazia negli anni del centrismo (1950-1952), Milano, Le Monnier, 2013, pp. 265-292. 44 Cfr. R. Biondo, op. cit., p. 33.
45 Significative, su questi temi, le osservazioni del saggio di L. Paggi, Una Repubblica senza Pantheon. La politica e la memoria dell’antifascismo, in Id. (a cura di), Le memorie della Repubblica, cit., pp. 252-258.
46 Cfr. A. D’Angelo, De Gasperi, le destre e l’operazione Sturzo: voto amministrativo del 1952 e progetti di riforma elettorale, Roma, Studium, 2002. Si veda inoltre M.S. Piretti, La legge truffa: il fallimento dell’ingegneria politica, Bologna, il Mulino, 2003.
47 Cfr. M. Dondi, La lunga liberazione. Giustizia e violenza nel dopoguerra italiano, Roma, Editori Riuniti, 2004, pp. 69 e sg.
48 Cfr. P. Dogliani, op. cit., p. 545.
49 Cfr. S. Pons, La rivoluzione globale. Storia del comunismo internazionale 1917-1999, Torino, Einaudi, 2012, pp. 254-255.
50 Federazione Italiana delle Associazioni Partigiane, 2° Congresso nazionale: Torino, 19 ottobre 1952, Palazzo e Teatro Carignano, Torino, Impronta, 1952, p. 12.
51 Ivi, pp. 31-32.
52 Cfr. La scandalosa tolleranza delle autorità incoraggia le provocazioni dei fascisti, “Avanti!”, 23 gennaio 1955.
53 Lettera di Marco De Meis a Virgilio Ferrari, Milano, 19 gennaio 1955, in INSMLI, fondo FIAP nazionale, s. 7 Corrispondenza, b. 1, fasc. 7.
54 Cfr. L. Polese Remaggi, op. cit., p. 356.
55 Cfr. R. Colozza, Partigiani in borghese. Unità popolare nell’Italia del dopoguerra, Milano, Franco Angeli, 2015, pp. 40-52.
56 Cfr., ivi, pp. 53-55.
57 Cfr., sul progetto sostenuto principalmente dai governi francese e italiano nella duplice ottica di evitare un riarmo tedesco e di tutelare militarmente le nascenti istituzioni europee, si veda P.L. Ballini (a cura di), La Comunità europea di difesa (Ced), Soveria Mannelli, Rubbettino, 2009.
58 Cfr. Oggi la solenne celebrazione del decennale dell’ANPI, “Avanti!”, 13 giugno 1954.
59 Lettera di Marco De Meis, Milano, 2 agosto 1954, in ACS, CFP, b. 100, fasc. 449, sotto-fasc. 5.
60 Lettera di Ernesto Rossi a Gaetano Salvemini, Roma, inizio giugno 1954, in
M. Franzinelli (a cura di), Ernesto Rossi, Gaetano Salvemini. Dall’esilio alla Repubblica. Lettere 1944-1957, Torino, Bollati Boringhieri, 2004, p. 740.
61 Lettera di Marco De Meis, Milano, 2 agosto 1954, cit.

62 Lettera di Marco De Meis e Ferruccio Parri, Roma, 21 marzo 1955, in INSMLI, fondo FIAP nazionale, s. 7 Corrispondenza, b. 1, fasc. 7.
63 Cfr. Lettera di Ernesto Rossi a Gaetano Salvemini, Roma, 24 febbraio 1955, in M. Franzinelli (a cura di), op. cit., pp. 787-788.
64 Cfr. Serene parole di concordia nelle celebrazioni del 25 aprile, “La Stampa”, 26 aprile 1955.
65 Cfr. Dieci anni dopo. 1945-1955: saggi sulla vita democratica italiana, Bari, Laterza, 1955. Per quanto riguarda invece il lato filo-governativo si veda Il secondo risorgimento. Nel decennale della Resistenza e del ritorno alla democrazia, 1945-1955, Roma, Istituto Poligrafico dello Stato, 1955.
66 Resoconto del Convegno del Decennale della Liberazione, Roma, 20 aprile 1955, in INSMLI, fondo FIAP nazionale, s. 7 Corrispondenza, b. 1, fasc. 7.
67 R. Battaglia, La storiografia della Resistenza. Dalla memorialistica al saggio storico, “Movimento di Liberazione”, n. 57, 1959, p. 97. Questi temi sono stati particolarmente approfonditi in M. Consonni, L’eclisse dell’antifascismo. Resistenza, questione ebraica e cultura politica in Italia tra il 1943 e il 1989, Roma-Bari, Laterza, 2015, pp. 117-127.
68 Cfr. G. De Luna, La Repubblica del dolore, cit., p. 43.
69 Cfr., sul rapporto intrinseco tra distensione internazionale, mutamento della politica statunitense verso l’Italia e miglioramento del clima politico italiano,
R. Gualtieri, The Italian Political System and Détente, “Journal of Modern Italian Studies”, a. IX, n. 4, dicembre 2004, pp. 429-432.
70 Cfr., per quanto riguarda l’evoluzione complessiva dei principali partiti italiani nella fase compresa tra il centrismo e il centro-sinistra, L. Musella, Formazione ed espansione dei partiti, in F. Barbagallo (sotto la direzione di), Storia dell’Italia repubblicana. Volume secondo. La trasformazione dell’Italia: sviluppo e squilibri. 2. Istituzioni, movimenti, culture, Torino, Einaudi, 1995, pp. 153-198. 71 Esponente del Partito d’Azione, collaboratore di lunga data di Parri che affiancò sia nella fondazione dell’Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia, sia nella costituzione della FIAP.
72 “Bologna: Gruppo FIAP…”, in INSMLI, fondo FIAP nazionale, s. 1 – Atto costitutivo, statuti, fasc. 4.
73 “Nella sede di ‘Criterio’…”, Firenze, 1 luglio 1956, ibidem.
74 L’organizzazione materiale e logistica venne affidata all’Associazione Partigiani “Gielle” veneta. Cfr. Lettera di Renzo Biondo a tutti i gruppi e gli amici della FIAP, Venezia, 5 ottobre 1956, ivi, s. 5 – Congressi nazionali e interregionali, fasc. 3.
75 Lettera di Renzo Biondo a tutti i gruppi e gli amici della FIAP, Venezia, 18 ottobre 1956, ibidem.

76 Cfr., per fare riferimento alla sola storiografia italiana, M. Flores, 1956, Bologna, il Mulino, 1996; A. Panaccione, Il 1956: una svolta nella storia del secolo, Milano, unicopli, 2006.
77 Lettera di Ferruccio Parri, Roma, 29 novembre 1956, INSMLI, fondo FIAP nazionale, s. 7 Corrispondenza, b. 2, fasc. 33.
78 Verbale congressuale, Venezia, 10 novembre 1956, ivi, s. 5 – Congressi nazionali e interregionali, fasc. 3.
79 Mozione finale approvata, ibidem.
80 Cfr. Circolare segreteria nazionale 1/56, 22 novembre 1956, in INSMLI, fondo FIAP nazionale, s. 7 – Corrispondenza, b. 2, fasc. 33.
81 Biondo faceva presente a Mercuri che la FIAP non poteva permettersi «il lusso di un segretario nazionale [De Meis] che, nel periodo di organizzazione del Convegno», si isolava «in Abruzzo». Cfr. Lettera di Renzo Biondo a Marco De Meis, Venezia, 29 ottobre 1956, ivi, s. 5 – Congressi nazionali e interregionali, fasc. 3. Un primo profilo biografico di De Meis in M. Boneschi, De Meis: una vita per la libertà, “Lettera ai compagni”, a. XVII, n. 1, gennaio 1985, p. 2. 82 Memoria d’organizzazione, Roma, 10 novembre 1956, in INSMLI, fondo FIAP nazionale, s. 7 – Corrispondenza, b. 2, fasc. 33.
83 Lettera di Ferruccio Parri alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, s. l.,
s. d., ivi, s. 1 – Atto costitutivo e statuti, fasc. 4.
84 Cfr. S. Colarizi, Storia del Novecento italiano. Cent’anni di entusiasmo, di paure, di speranze, BuR, Milano, 2000, pp. 360-361.
85 Cfr. I partigiani non rinunciano al diritto di riunirsi a Roma, “Avanti!”, 16 novembre 1957.
86 Cfr. Lettera di Marco De Meis a Ferruccio Parri, Milano, 19 novembre 1959, in ACS, CFP, b. 100, fasc. 449.
87 Così citato in C. Cenci, op. cit., p. 356.
88 Lettera della Presidenza del Consiglio dei Ministri, Roma, 17 febbraio 1958, in INSMLI, fondo FIAP nazionale, s. 13 – Celebrazioni e commemorazioni, fasc. 7.
89 Cfr., tra i vari lavori, G. Santomassimo, op. cit., pp. 287-292; G. De Luna,
La Repubblica del dolore, cit., pp. 39-46.
90 P. Scoppola, op. cit., pp. 356-372.
91 Cfr. G. Caredda, Governo e opposizione nell’Italia del dopoguerra 1947- 1960, Roma-Bari, Laterza, 1995, pp. 244-245.
92 Cfr. L. Polese Remaggi, La nazione perduta. Ferruccio Parri nel Novecento italiano, Bologna, il Mulino, 2004, pp. 373-374.
93 IV Congresso nazionale. Comunicato n° 2, Roma, marzo, 1960, in INSMLI, FFN, s. 5 – Congressi nazionali e interregionali, fasc. 5.

94 Sulle contestazioni avvenute a Genova e in altre città italiane nel corso dell’estate del ’60 si rimanda a G. De Luna, I fatti di luglio 1960, in M. Isnen- ghi (a cura di), I luoghi della memoria. Personaggi e date dell’Italia unita, Roma-Bari, Laterza, 1997, pp. 359-371.
95 Lettera della Segreteria nazionale, Roma, 28 luglio 1960, in INSMLI, fondo FIAP nazionale, s. 7 – Corrispondenza, fasc. 11.
96 Ibidem.
97 Cfr. F. Focardi, La guerra della memoria, cit., pp. 41-43.
98 Cfr. G. Crainz, La legittimazione della Resistenza dalla crisi del centrismo alla vigilia del ’68, “Problemi del Socialismo”, 7, gennaio-aprile 1986, pp. 62-97.
99 Cfr. A. Lepre, op. cit., p. 128.
100 Cfr. G. Crainz, A. Farassino, E. Forcella, N. Gallerano, La resistenza italia- na nei programmi della RAI, Roma, ERI, 1996, p. 54.
101 Cfr. N. 2215. Decreto del Presidente della Repubblica, 20 novembre 1963, in Raccolta ufficiale delle leggi e dei decreti della Repubblica italiana. XII, Roma, Istituto Poligrafico dello Stato, 1964, p. 6824.
102 Relazione organizzativa e finanziaria, s.l., s.d., in INSMLI, fondo FIAP nazionale, s. 7 – Corrispondenza, fasc. 11.
103 Cfr. “L’anno millenovecentosessantadue […]”, ivi, s. 1 – Atto costitutivo, statuti, fasc. 3.
104 Estratto dal verbale della sentenza della sezione prima del Consiglio di Sta- to, 8 novembre 1963, ivi, fasc. 4.
105 Cfr., a questo proposito, Lettera di Norman Acton a Ferruccio Parri, Parigi, 1 giugno 1965, ivi, s. 7 – Corrispondenza, fasc. 16; Lettera di Renato Bertolini a Ferruccio Parri, Vienna, 6 novembre 1962, ivi, fasc. 13.
106 Lettera di Lamberto Mercuri, Roma, 3 gennaio 1964, s. 1 – Atto costitutivo, statuti, fasc. 4.
107 Lettera di Lamberto Mercuri a Francesco Valentini, Roma, 7 novembre 1963, ibidem.
108 Cfr. lettera di Ferruccio Parri a Giovanni Leone, Roma, 7 settembre 1963, in INSMLI, fondo FIAP nazionale, s. 13 – Celebrazioni e commemorazioni, fasc.
8. Sul ruolo di Moro nella riscoperta dell’antifascismo in seno alla DC si veda
G. Santomassimo, Antifascismo e dintorni, Manifestolibri, Roma, 2004, p.
289. A completamento, si deve ricordare che Moro raffigurava l’apice di molteplici segmenti democristiani dalla chiara vocazione antifascista. Rimando, in questo senso, a L. Paggi, Una Repubblica senza Pantheon, cit., pp. 255-256.
109 Legge 12 marzo 1964, n. 128. Celebrazione nazionale del Ventennale del- la Resistenza, in: http://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:leg- ge:1964-03-12;128@originale (ultima consultazione il 9 maggio 2018).

110 Cfr. C. Cenci, op. cit., p. 361.
111 Cfr. “Alle ore 17 del 3 giugno 1964 […]”, s.l., s.d., in INSMLI, fondo FIAP nazionale, s. 13 – Celebrazioni e commemorazioni, fasc. 8.
112 Così citato in C. Cenci, op. cit., p. 362.
113 Cfr. Proposta FIAP per palinsesto televisivo in occasione del ventesimo anniversario, s.l., s.d., in INSMLI, fondo FIAP nazionale, s. 13 – Celebrazioni e commemorazioni, fasc. 8; Lettera di Lamberto Mercuri, Roma, 22 aprile 1965, ibidem.
114 Possenti manifestazioni unitarie esaltano i valori della Resistenza, “L’unità”, 26 aprile 1965.
115 L’intervento del Presidente della Repubblica in G. Saragat, Quaranta anni di lotta per la democrazia. Scritti e discorsi 1921-1965, a cura di L. Preti, I. De Feo, Milano, Mursia, 1966, pp. 651-662.
116 Lettera di Luigi Meda, Milano, 25 marzo 1965, in INSMLI, fondo FIAP nazionale, s. 13 – Celebrazioni e commemorazioni, fasc. 8.
117 Si veda il già più volte menzionato fascicolo 8 della serie 13 presente nel fondo FIAP nazionale.
118 Gli altri comizi, “Avanti!”, 27 aprile 1965.
119 Cfr. G. Santomassimo, op. cit., p. 288.
120 Come chiarito da Polese Remaggi, si trattava del periodico ideato appositamente «con l’obiettivo di contribuire al processo riformatore» dei governi di centro-sinistra. Cfr. L. Polese Remaggi, op. cit., pp. 380-381.
121 Una iniziativa di dubbio gusto, “Avanti!”, 5 maggio 1965.
122 Cfr. il classico studio G. Crainz, Il paese mancato. Dal miracolo economico agli anni Ottanta, Roma, Donzelli, 2003.
123 “Compagni e cari amici…”, s.l., s.d., in INSMLI, fondo FIAP nazionale, s. 5 – Congressi nazionali e interregionali, fasc. 7.
124 Cfr. I. Favretto, The Italian Left in Search of Ideas: the Rediscovery of the Political Ideas of the Action Party, “Journal of Modern Italian Studies”, VII, 3, 2002, pp. 403-404.
125 Sulle “mancate riforme” dovute ai difficili equilibri su cui poggiavano i governi quadripartitici si veda E. Taviani, Le riforme del centro-sinistra, in
P.L. Ballini, S. Guerrieri, A. Varsori (a cura di), Le istituzioni repubblicane dal centrismo al centrosinistra (1953-1968), Roma, Carocci, 2006, pp. 360-386. 126 “Il Convegno nazionale della FIAP…”, Roma, 18 novembre 1964, in INSMLI, fondo FIAP nazionale, s. 5 – Congressi nazionali e interregionali, fasc. 7.
127 Unità della Resistenza per rinnovare il Paese, “l’Unità”, 30 novembre 1964.
128 Cfr. M. Franzinelli, Il Piano Solo. I servizi segreti, il centro-sinistra e il “golpe” del 1964, Milano, Mondadori, 2010.

129 Cfr. L. Polese Remaggi, op. cit., p. 389.
130 “Il Consiglio federale della FIAP…”, Firenze, 8 dicembre 1968, in INSMLI, fondo FIAP nazionale, s. 2 – Consiglio federale, fasc. 7.
131 Cfr., per quanto riguarda l’instabilità politico-economica, L. Baldissara, Le ra- dici della crisi. Un’introduzione, in Id. (a cura di), Le radici della crisi. L’Italia tra gli anni Sessanta e Settanta, Roma, Carocci, 2001, pp. 9-30. Gli aspetti legati alla strategia della tensione sono stati ricostruiti da Mirco Dondi nel suo L’eco del boato. Storia della strategia della tensione, 1965-1974, Roma-Bari, Laterza, 2015. 132 Cfr., per un efficace inquadramento globale del fenomeno, G.R. Horn, The Spirit of ‘68: Rebellion in Western Europe and North America, 1956-1976, Oxford, Oxford University Press, 2007. Per quanto riguarda invece il rapporto tra i movimenti del ‘68 e il passato antifascista si veda soprattutto A. Rapini, Antifascismo e cittadinanza. Giovani, identità e memorie nell’Italia repubblicana, Bologna, Bononia University Press, 2005, pp. 113-151.
133 Cfr. C. Cenci, op. cit., p. 367.
134 Cfr. soprattutto L. Polese Remaggi, op. cit., p. 391.
135 Lettera di Ferruccio Parri a Vittorio Pellizzi, Roma, 11 marzo 1969, in IN- SMLI, fondo FIAP nazionale, s. 2 – Consigli federale, fasc. 8.
136 Come annunciato da Mercuri sul finire del 1968, il mensile della FIAP sa- rebbe uscito a partire dal febbraio del 1969. Cfr. Lettera di Lamberto Mercuri, Roma, 3 dicembre 1968, ivi, s. 7 – Corrispondenza, b. 18, fasc. 19.
137 Cfr. Lettera di Lamberto Mercuri, Roma, 24 novembre 1970, ivi, s. 1 – Atto costitutivo, statuti, fasc. 5.
138 “FIAP. Federazione Italiana delle Associazioni Partigiane …”, s.l., 1973,
ibidem.
139 Costituzione della Federazione Italiana delle Associazioni Partigiane, Milano, 6 agosto 1949.
140 “L’invasione armata della Cecoslovacchia…”, s.l., agosto 1968, in INSM- LI, fondo FIAP nazionale, s. 3 – Giunta nazionale, fasc. 15.
141 “Quello che esce allo scoperto oggi…”, ivi, s. 5 – Congressi nazionali e interregionali, fasc. 9.
142 Appello alle forze antifasciste, “Lettera ai compagni”, a. II, n. 1, gennaio 1970, p. 7.
143 Cfr. L. Polese Remaggi, op. cit., p. 393.
144 Trascrizione dattiloscritta con nota a penna del discorso di [Parri] sulla struttura della FIAP, Roma, 23 febbraio 1969, in INSMLI, fondo FIAP nazionale, s. 2 – Consiglio federale, fasc. 8.
145 Del comitato facevano parte Enzo Enriques Agnoletti, Francesco Albertini e Pasquale Schiano.

146 Cfr. Lettera di Lamberto Mercuri a Carlo Ludovico Ragghianti, Roma, 17 mar- zo 1969, in INSMLI, fondo FIAP nazionale, s. 2 – Consiglio federale, fasc. 8.
147 Trascrizione dattiloscritta con nota a penna del discorso di [Parri] sulla struttura della FIAP, cit.
148 Cfr., sul caso specifico italiano, le note di Gabriele De Rosa, Gli anni Settanta: crocevia di una storia diversa?, in G. De Rosa, G. Monina (a cura di), L’Italia repubblicana nella crisi degli anni Settanta. IV. Sistema politico e istitu- zioni, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2003, pp. 447-458. Tra i molteplici studi dedicati alla metamorfosi del quadro internazionale accorsa negli anni Settanta si rimanda a N. Ferguson et al. (a cura di), The Shock of the Global: the 1970s in Perspective, Cambridge [MA]-London, Belknap Press, 2010.
149 Cfr. Lettera di Giulio Mazzon a Lamberto Mercuri, 22 dicembre 1969, in INSMLI, fondo FIAP nazionale, s. 13 – Celebrazioni e ricorrenze, fasc. 13. 150 Cfr. http://www.unipd.it/storia (ultima consultazione il 12 luglio 2018).
151 Lettera di Enrico Opocher, Padova, 11 marzo 1970, in INSMLI, fondo FIAP nazionale, s. 13 – Celebrazioni e ricorrenze, fasc. 12.
152 Lettera di Giulio Mazzon a Riccardo Misasi, Roma, 30 aprile 1970, ivi, fasc. 13.
153 VI Congresso Nazionale FIAP. Circolare n° 2, Roma, 20 febbraio 1973, ivi,
s. 8 – Congressi nazionali, fasc. 9.
154 Cfr. Sdegnata protesta della FIAP. L’invasione della Cecoslovacchia è un atto di sopraffazione, “Avanti!”, 23 agosto 1968.
155 Id., Collegare le forze della Resistenza coi lavoratori e i giovani, ivi, 3 aprile 1973.
156 Cfr. M. Dondi, L’eco del boato. Storia della strategia della tensione, 1965-1974, Laterza, Roma-Bari, 2015, p. 361.
157 Ordine del giorno votato dal direttivo della FIAP, Roma, 6 agosto 1974, in INSMLI, fondo FIAP nazionale, s. 3 – Giunta nazionale, fasc. 18.
158 Cfr. F. Focardi, La guerra della memoria, cit., p. 48.
159 Cfr. L. Polese Remaggi, op. cit., p. 389.
160 Come spiegò Francesco De Martino, pur non ponendo in discussione «le origini popolari e antifasciste» della DC, dovevano essere stigmatizzati gli orienta- menti prevalsi in seguito nel partito, che avevano portato alla rottura dell’unità antifascista, da cui poi era derivata l’incapacità nel controbattere alla rinnovata minaccia fascista. Cfr. F. De Martino, Tutta la forza dell’antifascismo, “Avanti!”, 25 aprile 1975. Anche se con toni più risoluti, il discorso con cui Berlinguer cElebrò la Liberazione ad Avellino presentava dei contenuti simili a quelli illustrati dal segretario del PSI. Cfr., a questo proposito, La linea della divisione e dell’anticomunismo è dannosa per il Paese, “l’Unità”, 26 aprile 1975.

161 F. Parri, La nostra linea, “Lettera ai compagni”, a. VII, n. 4, aprile 1975, p. 12.
162 Discorso di Francesco Albertini, s.l., s.d., in INSMLI, fondo FIAP nazionale,
s. 5 – Congressi nazionali e interregionali, fasc. 11.
163 Discorso di Renzo Biondo, s.l., s.d., ibidem.
164 Discorso di Francesco Albertini, cit.
165 Discorso di Francesco Berti Arnoaldi, ibidem.
166 Mozione approvata, ibidem.
167 Discorso di Francesco Albertini, cit.
168 Discorso di Francesco Berti Arnoaldi, cit.
169 Sul profilo biografico di Agnoletti si veda, tra gli altri, A. Becherucci, P. Men- carelli (a cura di), Enzo Enriques Agnoletti: l’utopia incompiuta del socialismo, “Il Ponte”, a. LXX, n. 1-2, gennaio-febbraio 2014. Altrettanto utile la raccolta di saggi, curata da Lamberto Mercuri, In memoria di Enzo Enriques Agnoletti, Foggia, Bastogi, 1991.
170 Cfr. Nella tradizione della Resistenza, “Lettera ai compagni”, a. VIII, n. 6, giugno 1976, p. 1.
171 Su Bolis, antifascista di vecchia data e, nel secondo dopoguerra, a lungo funzionario presso il Consiglio europeo di Strasburgo si rimanda a C. Rognoni Vercelli, Luciano Bolis: dall’Italia all’Europa, Bologna, il Mulino, 2007.
172 Lettera di Lamberto Mercuri a Luciano Bolis, Roma, 25 maggio 1976, in IN- SMLI, fondo FIAP nazionale, s. 7 – Corrispondenza, b. 34, fasc. 27.
173 Ibidem.
174 R. Colozza, Enzo Enriques Agnoletti e il movimento di Unità popolare, in A. Becherucci, P. Mencarelli (a cura di), op. cit., p. 88.
175 Cfr. Lettera di Lamberto Mercuri a Luciano Bolis, Roma, 21 novembre 1977, in INSMLI, fondo FIAP nazionale, s. 7 – Corrispondenza, b. 35, fasc. 28.
176 Cfr. Bobbio: la sua sfida a rassegnazione e conformismo, “Lettera ai compagni”, a. XVIII, n. 11, novembre 1986, p. 12.
177 E. Enriques Agnoletti, Nella tradizione della Resistenza, “Lettera ai compa- gni”, a. VIII, n. 6, giugno 1976, p. 1.
178 Cfr. Costituzione della Federazione Italiana delle Associazioni Partigiane, cit.
179 Cfr. A. Lepre, Storia della prima Repubblica: l’Italia dal 1942 al 1993, Bologna, il Mulino, 1993, pp. 274 e sg.; P. Craveri, 24: la Repubblica dal 1958 al 1992, Torino, uTET, 1995, pp. 635 e sg.
180 Sul rapimento e l’uccisione del presidente della DC, la ricostruzione più valida resta quella di Agostino Giovagnoli, Il caso Moro: una tragedia repub- blicana, i Bologna, l Mulino, 2005.
181 Cfr. C. Cenci, op. cit., p. 371.

182 Lettera di Oreste Gementi al Comitato permanente antifascista, Milano, 3 maggio 1978, in INSMLI, fondo FIAP nazionale, s. 7 – Corrispondenza, b. 37, fasc. 29.
183 Cfr., per una ricostruzione del profilo biografico dell’ex sindaco socialista di Milano (1967-1976) si vedano i seguenti lavori: G. Morrone, G. Scirocco (a cura di), Grazie, Iso: dall’Ossola a Palazzo Marino a Montecitorio. Atti della giornata di studio su Aldo Aniasi: il partigiano, l’amministratore, il politico, Milano, M&B, 2007; F. Imprenti, F. Samorè (a cura di), Governare insieme: autonomie e partecipazione. Aldo Aniasi dall’Ossola al Parlamento, Roma, Bradypus, 2017.
184 Signorile e Aniasi: battere l’eversione e il terrorismo, “Avanti!”, 26 aprile 1978.
185 25 aprile. Manifestazione di volontà e forza, “Lettera ai compagni”, a. X, n. 5/6, maggio-giugno 1976, p. 2.
186 A. Colombo, La battaglia contro il terrorismo, in “Annali della Fondazione ugo La Malfa”, a. XXVII, 2012, p. 91.
187 Il documento fu firmato, tra gli altri, anche da Riccardo Bauer, Lucio ColleTti, Arturo Colombo, Giuseppe Galasso, Alessandro Galante Garrone e Rosario Romeo. Cfr. Impedire ai terroristi di ergersi controparte dello Stato democratico, “La Stampa”, 28 aprile 1978.
188 Lettera di Oreste Gementi a Leo Valiani, Milano, 28 aprile 1978, in INSMLI, fondo FIAP nazionale, s. 7 – Corrispondenza, b. 37, fasc. 29.
189 Impedire ai terroristi di ergersi controparte dello Stato democratico, cit.
190 Lettera di Oreste Gementi a Leo Valiani, cit.
191 Cfr., sull’atteggiamento specifico del PSI, G. Sabbatucci, I socialisti e la solidarietà nazionale, in G. De Rosa, G. Monina (a cura di), L’Italia repubblicana nella crisi degli anni settanta. Sistema politico e istituzioni, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2003, pp. 133-137.
192 Lettera di Oreste Gementi a Leo Valiani, cit.
193 Benché manchi tuttora uno studio biografico complessivo sulla figura di Pertini, eccezion fatta per gli ottimi spunti forniti da Stefano Caretti nei vari volumi sugli scritti e sui discorsi dell’ex Presidente della Repubblica da lui curati, si rimanda, per una prima sintesi relativa agli anni compresi tra la fine dell’Ottocento e il centro-sinistra, a G. Scroccu, La passione di un socialista. Sandro Pertini e il Psi dalla Liberazione agli anni del centro-sinistra, Manduria, Lacaita, 2008.
194 Come dichiarò dalle colonne dell’“Avanti!”, Pertini riteneva un errore la trattiva con le BR, perché avrebbe dato «a questi criminali una legittimità morale e politica». Cfr. Una dichiarazione del compagno Sandro Pertini, “Avan- ti!”, 4 maggio 1978.

195 La vittoria di Pertini è la vittoria della Resistenza, “Lettera ai compagni”, a. X, n. 8-9, agosto-settembre 1978, p. 1.
196 T. Judt, Dopoguerra. Come è cambiata l’Europa dal 1945 a oggi, Milano, Mondadori, 2007, p. 925.
197 Cfr. F. Focardi, La guerra della memoria, cit., p. 56.
198 Cfr. N. Gallerano, Critica e crisi del paradigma antifascista, “Problemi del Socialismo”, n. 7, 1986, pp. 106-133.
199 G. Amato, Il Psi e la riforma delle istituzioni, in G. Acquaviva, L. Covatta (a cura di), La “grande riforma” di Craxi, Venezia, Marsilio, 2010, p. 43.
200 Cfr., tra i molteplici studi apparsi sul tema, M. Gervasoni, Una guerra inevitabile: Craxi e i comunisti dalla morte di Berlinguer al crollo del muro, in G. Acquaviva, M. Gervasoni (a cura di), Socialisti e comunisti negli anni di Craxi, ivi, 2011, pp. 65-99. Più in generale, per un’efficace ricostruzione delle politiche dei PSI nella stagione craxiana, si veda soprattutto S. Colarizi, M. Gervasoni, La cruna dell’ago. Craxi, il Partito socialista e la crisi della Repubblica, Roma-Bari, Laterza, 2005.
201 Cfr. F. Focardi, Il passato conteso, cit., p. 54.
202 P. Cooke, op. cit., p. 127.
203 Cfr. Dietro di noi c’è una riserva ci sosterrà e sosterrà l’Italia. Relazione del presidente Enzo Enriques Agnoletti, “Lettera ai compagni”, a. XIV, n. 1, gennaio 1982, pp. 4-6.
204 Sulla fase che segnò la vicenda politica italiana tra il 1980 e il 1992 si veda, prima di tutto, P. Craveri, 24: la Repubblica dal 1958 al 1992, cit., pp. 882- 958.
205 Cfr. Lettera di Tristano Codignola a Riccardo Lombardi, Firenze, 1 novembre 1981, in Historical Archives of the European union, Fondo Enzo Enriques Agnoletti, s. EEA.J Corrispondenza personale, fasc. EEA-146.
206 Cfr. Psi: la rivolta non rientra, “Paese Sera”, 6 ottobre 1981; Craxi lascia uno spiraglio ai ribelli. Mancini duro contro ogni intolleranza, “la Repubblica”, 10 ottobre 1981. Per un approfondimento sulle ragioni che spinsero Agnoletti a uscire dal PSI si veda principalmente G. Scirè, Gli anni difficili: dal socialismo “solitario” agli Indipendenti di sinistra, in A. Becherucci, P. Mencarelli (a cura di), op. cit., pp. 224-252.
207 Cfr. Il Msi apre il congresso tra annunci e polemiche, “La Stampa”, 29 novembre 1984.
208 Ampia riflessione nel Paese per il 40° della Liberazione, “Lettera ai compagni”, a. XVI, n. 13, dicembre 1984, p. 1.
209 La posizione ufficiale della FIAP in La coscienza non può essere tacitata dalla ragion di stato, “Lettera ai compagni”, a. XVII, n. 1, gennaio 1985,

1-8. La ricostruzione dell’eccidio commesso dai nazisti in L. Baldissara,
P. Pezzino, Il massacro: guerra ai civili a Monte Sole, Bologna, il Mulino, 2009.
210 Cfr. G. De Luna, La Repubblica del dolore, cit., p. 46.
211 Ricordiamo degnamente il 40°, “Lettera ai compagni”, a. XVII, n. 1, gen- naio 1985, p. 2.
212 Cfr. L. Paggi, Introduzione. Alle origini del “credo” repubblicano. Storia, memoria, politica, in Id. (a cura di), Le memorie della Repubblica, cit., pp. VII-XLII.
213 Cfr. P. Cooke, op. cit., p. 136.
214 Manca un’iniziativa ufficiale di largo respiro, “Lettera ai compagni”, a. XVII, n. 4, aprile 1985, p. 1.
215 Richiamo ai valori ideali e morali dell’antifascismo, ivi, n. 5, maggio 1985, p. 1.
216 Citazioni riprese da F. Focardi, La guerra della memoria, cit., p. 60.
217 Cfr. Ogni nostro progresso ingrandisce il significato di quei giorni, “Avanti!”, 26 aprile 1985.
218 G. Scarrone, 25 aprile ’45: un ricordo senza miti, ibidem.
219 Cfr. I. Favretto, op. cit., pp. 394-395.
220 Per esempio, G. De Luna, dopo essersene occupato nel corso degli studi universitari, nel 1982 diede alle stampe la prima edizione del suo Storia del Partito d’azione, 1942-1947 (Milano, Feltrinelli, 1982).
221 Relazione sull’attività della FIAP (1984) e sull’attività che si terrà nel corso del 1985, Roma, 9 maggio 1985, in INSMLI, fondo FIAP nazionale, s. 7 Corrispondenza, b. 45, fasc. 35.
222 Cfr. L. Mercuri, G. Tartaglia (a cura di), Il Partito d’azione dalle origini all’inizio della resistenza armata: atti del Convegno: Bologna, 23-25 marzo 1984, Roma, Archivio Trimestrale, 1985.
223 E. Enriques Agnoletti, Documenti sulla guerra di popolo, in G. De Luna et al. (a cura di), Le formazioni GL nella Resistenza: documenti settembre 1943-aprile 1985, Milano, Franco Angeli, 1985, p. 13.
224 Il 25 aprile spiegato ai giovani dai protagonisti di 40 anni fa, “La Stampa”, 26 aprile 1985.
225 Lettera di Lamberto Mercuri, Roma, 26 aprile 1985, in INSMLI, fondo FIAP nazionale, s. 7 Corrispondenza, b. 45, fasc. 35.
226 Lettera di Luciano Bolis a Lamberto Mercuri, Roma, 2 maggio 1985,
ibidem.
227 Lettera di Lamberto Mercuri a Aldo Aniasi, 27 maggio 1985, ibidem.
228 Lettera di Luciano Bolis a Lamberto Mercuri, Roma, 2 maggio 1985, cit.

229 Cfr. Da sinistra un commosso, unanime cordoglio, “Lettera ai compagni”,
a. XVIII, n. 11, novembre 1986, p. 2.
230 Cfr. Aniasi presidente della FIAP, ivi, a. XIX, n. 2, febbraio 1987, p. 1.
231 Lettera di Oreste Gementi, Milano, 18 novembre 1986, in INSMLI, fondo FIAP nazionale, s. 7 Corrispondenza, b. 46, fasc. 36.
232 Lettera di Leo Valiani, Milano, 27 novembre 1986, ibidem.
233 Cfr. G.E. Rusconi, op. cit., pp. 189-203.
234 Vasari: tre questioni di fondo per il dibattito, “Lettera ai compagni”, a. XVIII, n. 12, dicembre 1986, p. 4.
235 L. Mercuri, Per una vigile tutela dei valori della resistenza, ibidem.
236 Cfr. F. Focardi, La guerra della memoria, cit., p. 61.
237 Le problematiche giudiziarie cui gli esponenti della FIAP si richiamavano erano sostanzialmente quelle cui andarono incontro la giunta di sinistra di Torino e l’ex presidente della regione Liguria, Alberto Teardo. Cfr., rispettivamente, Tangenti su forniture. Quasi un un super-partito, lo dice il magistrato, “La Stampa”, 4 marzo 1983; Scandalo in Liguria. Arrestato l’ex presidente della Regione, ivi, 15 giugno 1983.
238 Aniasi: le nostre proposte, “Lettera ai compagni”, a. XIX, n. 4-5, apri- le-maggio 1987, p. 6.
239 Cfr. Bersellini: operare per il cambiamento, ivi, p. 14.
240 Mentre nello statuto originario si dichiarava esclusivamente che la FIAP assumeva come principio fondamentale la «rigorosa indipendenza dai partiti politici», nella revisione statutaria predisposta nel 1989 si ribadiva l’indipendenza dalle forze politiche, salvo specificare che la stessa Federazione avrebbe contribuito «alla crescita civile e sociale della società italiana, al consolida- mento delle istituzioni repubblicane, alla modernizzazione del paese». Cfr., a questo proposito, Il confronto fra vecchio e nuovo statuto, in INSMLI, fondo FIAP nazionale, s. 1 – Atto costitutivo, statuti, fasc. 6.
241 R. Aureli, La memoria dimentica: in ricordo di Lamberto Mercuri, “Annali della Fondazione ugo La Malfa”, a. XXIV, 2009, p. 21.
242 Questa percezione fu evidente in seno alla FIAP fin dagli istanti successivi all’apertura del muro di Berlino. Cfr., a questo proposito, E ora comincia la nuova era, ivi, a. XX, n. 11-12, dicembre 1989, pp. 1-2.
243 Cfr. F. Focardi, La guerra della memoria, cit., p. 61.
244 Cfr. Aniasi: le nostre proposte, cit.

Complessi archivistici

Fonti

  • Scirocco2018 = Né stalinisti né confessionali. Per una storia della FIAP, Biblion Edizioni s.r.l., 2018

Collegamenti